Roma, 27 ago – “E’ stato un grande capo del movimento operaio. Le bandiere di quel movimento storico gli si inchinano idealmente nell’estremo saluto” si è detto dal palco. E di bandiere ce n’erano fuori della sede nazionale della Cgil, a Roma, per salutare l’ex segretario Bruno Trentin, spentosi lo scorso giovedì a 81 anni. Bandiere rosse del sindacato che si sono alzate accompagnando il lungo applauso che ha accolto la salma alle 15.30 di oggi, trasportata dal secondo piano del palazzo di Corso Trieste, dove era stata allestita la camera ardente, nel piazzale antistante la sede della Cgil. Ed è davanti al palazzo simbolo di tanti anni di lavoro che le più alte cariche dello Stato, sindacalisti, la famiglia, con la compagna Marie, i due figli e decine di semplici lavoratori hanno voluto dare l’estremo saluto a Bruno Trentin. Il primo a prendere la parola per la cerimonia funebre laica è stato l’ex segretario generale della Cgil Giorgio Ruffolo, emozionato, foglio alla mano ma molto nella memoria, di Trentin ha ricordato il “naturale carisma” e l’abilità di attraversare la storia politica indignandosi “contro la stupidità e l’ignoranza”, capace di rimanere “dentro l’attualità senza cadere nella tentazione delle mode o dei pettegolezzi politici”. E mentre Ruffolo parlava – ricordando il “pudore della ragione” dell’ex sindacalista e poi parlamentare europeo e ne ripercorreva la storia politica fatta di “riformismo radicale” – davanti a una folla attenta e raccolta sotto il sole di una giornata davvero calda, dietro di lui, in una di quelle foto che il presente automaticamente consegna alla storia c’erano tutte la più alte cariche del paese. C’era Walter Veltroni di ritorno da Parigi, al suo fianco il segretario dei Ds, Piero Fassino, e il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, c’era l’attuale segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, che con gli occhi lucidi si è scambiato più di uno sguardo con il presidente della Camera Fausto Bertinotti, visibilmente commosso al centro del palco con il presidente del Senato Franco Marini.
Tra il ministro della Difesa, Arturo Parisi, e il ministro del Lavoro Cesare Damiano c’era poi il presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha preferito rimanere a lato, lasciando il centro ipotetico della cerimonia ai presidenti di Camera e Senato che con Trentin hanno in comune una lunga esperienza sindacale. Alle spalle delle più alte istituzioni c’era tanta sinistra, tutto l’esecutivo e il mondo sindacale. A salutare Trentin era arrivato anche Pietro Ingrao con la figlia Chiara. Trentin di anni nel sindacato ne ha passati 60 mettendo, come è stato ricordato, “il mondo operaio e il lavoro in generale al centro della sua stessa vita”. Come ha voluto ricordare Pier Paolo Baretta della Cisl “ogni comportamento ha la sua simbologia, quella di Trentin non era la pipa, o il moschettone e la corda, ma se c’è un oggetto che può essere associato a Trentin quello è la borsa che conteneva di tutto libri, giornali, documenti: ogni tanto ne usciva un paralume e metteva un po’ di luce nella vita sindacale, ora ne usciva un regolo con cui ordinava i passaggi delicati di una decisione da prendere, ora ne usciva un telaio con il quale tesseva la trama di una vicenda o di una storia”. E’ una storia intera, quella del sindacato italiano e del movimento operaio, che si ascolta nelle commemorazioni. Trentin ha attraversato da sindacalista tutto il secolo breve – l’accordo sulla scala mobile, gli anni di piombo, lo scioglimento della Fiom, il “fluire di processi profondi, di storie e dinamiche collettive”. E Baretta ha voluto ricordare che è per maestri come lui, “per onorare i dirigenti che hanno portato avanti le loro idee e le loro battaglie civili che è stato possibile crescere in un paese democratico”.
“Conoscerlo è stato un privilegio, ricordarlo oggi un onore” ha concluso. A ricordare il contributo al sindacalismo italiano e al movimento operaio in generale di Trentin è stato poi il sindaco di Roma Walter Veltroni che lo ha definito “intellettuale, dirigente operaio, difensore dei diritti dei lavoratori e un grande innovatore, un uomo di sinistra interessi generali e non di parte”. Ha ricordato la commozione di Napolitano che ha visitato la camera ardente. “Era un uomo che sapeva esprimere le sue idee con cultura e raffinatezza. In lui viveva la passione per la giustizia sociale nei confronti dei lavoratori. Aveva una caratteristica, comune a pochi, sapeva prendere decisioni coraggiose e fare scelte concrete quando si tratta di evitare rischi enormi o di cogliere opportunità che forse non torneranno” ha detto il candidato alla presidenza del Pd. Da quella travagliata firma sulla scala mobile nel ’92 al ruolo che ricoprì nel corso degli Anni di piombo fino a Strasburgo – a sceglierlo per l’Europa fu proprio Veltroni – che però ricorda la difficoltà del sindacalista a “trovarsi a suo agio in una politica superficiale, carica di contrasti e di veleni”. Ed è il segretario Epifani a chiudere e riprendere il discorso di Veltroni dal 1993. “La Cgil non accetterà che l’accordo del ’93 venga stravolto. Il ‘93 fu la sua rivincita: era fiero di quell’accordo – ha detto Epifani – dopo aver ricordato invece il travaglio della Cgil e dello stesso Trentin per l’accordo del ‘92 che aveva posto fine alla scala mobile. Prima le contestazioni, poi le dimissioni: per il suo orgoglio fu un peso molto pesante ma il ‘93 – aggiunge Epifani – fu la sua rivincita. Era fiero di quell’accordo”. Tutti ne hanno sottolineato la coerenza e l’autonomia, in molti ne hanno ricordato l’originalità, la lotta contro le semplificazioni o qualsiasi definizione. E per Trentin che fu anche partigiano, la cantautrice Giovanna Marini impugna la chitarra e regala in chiusura della cerimonia tre canzoni, come l’ex leader sindacale stesso le aveva chiesto. Tre canzoni non scelte a caso: “Le temps des cerises”, canzone-simbolo della comune di Parigi, “We shall overcome”, inno dei pacifisti americani per i diritti civili e “Bella ciao”, intonata dalla folla. Lunghi applausi hanno accompagnato la musica e poi l’uscita della bara.