“BLOOD & BREAKFAST” IL NUOVO THRILLER DI DE TORREBRUNA
“Blood & Breakfast”, edito da Ensemble, è l’accattivante titolo del nuovo libro di Riccardo De Torrebruna. Un thriller avvincente, genere scelto appositamente dall’autore che predilige “una scrittura che tiene sulle spine il lettore”. “Il thriller – racconta Riccardo De Torrebruna – può essere ormai considerato un qualcosa di convenzionale solo se lo si immagina al pari di quello prettamente legato agli astanti televisivi, ma in realtà si può realizzare un buon thriller anche senza pistole e spargimenti di sangue”. La storia è quella di Carl, uno studente di medicina fuori corso “ai margini dei suoi interessi come spesso succede a molti studenti che affrontano un momento di crisi di fronte ad un percorso di studio lungo e complesso”. Carl ha l’occasione di ritrovarsi nel momento in cui riceve in eredità una villetta in una zona ormai devastata dalla costruzione di colossi di cemento. Il titolo è un chiaro riferimento al contenuto del libro, si riferisce infatti al bed & breakfast che Carl eredita. “Dal titolo – spiega l’autore – si può pensare ad uno splatter, tipico di quella scrittura veloce che le case editrici ultimamente richiedono. In questo caso invece il titolo preannuncia ciò che accade durante il racconto, la trasformazione di questo bed & breakfast in blood & breakfast”. “Il libro – precisa – è quindi letterariamente sofisticato anche e soprattutto nella trama che è ragionata e pensata per essere imprevedibile”. “La mia carriera di attore e la mia passione per il cinema – ha aggiunto De Torrebruna – mi ha sicuramente permesso il lusso di scrivere. Al tempo stesso mi ha influenzato nel modo di scrivere, specie per quanto riguarda i dialoghi attraverso i quali cerco di velocizzare la trama”. “Ho preso spunto – ha continuato – dai grandi maestri, primo fra tutti Fëdor Dostoevskij. Fondamentale è anche stata la mia esperienza di lettore, che mi ha indirizzato a preferire uno scambio agevole di dialoghi rispetto all’inserimento di descrizioni eccessivamente lunghe che appesantiscono la trama”. Il libro trae ispirazione da “alcune costruzioni viste sulla costa adriatica che è ormai cementificata e schiacciata da zone prettamente commerciali”: “Luoghi che mi hanno incuriosito a tal punto da provare ad immaginare cosa potesse succedere in quei posti che – secondo l’autore – sono assolutamente rintracciabili per chiunque legga il libro”. Nonostante quando si scriva ci sia sempre qualcosa di autobiografico l’ispirazione arriva per Riccardo “dalla voglia di scrivere un libro più breve. Negli ultimi quattro anni sono stato impegnato nella scrittura di un libro molto lungo, ancora inedito che spero a breve possa diventare edito, quindi l’idea ora era quella di scrivere un libro più agile, stringato, più accessibile per un pubblico più ampio”. Il regista Marco Risi, regista del film “Tre Tocchi”, uscito ieri nelle sale cinematografiche italiane, film del quale De Torrebruna è anche autore, ha definito Blood & Breakfast “uno di quei libri che non ti aspetti, uno di quei libri che avresti tanta voglia di leggere e che invece non ti capitano mai, o quasi”. Tutta personale è infatti la scelta dello scrittore che dà al bed & breakfast il nome di una canzone di Leo Ferrè “Avec le temps”, “una canzone – ha sottolineato De Torrebruna – che ho tanto amato da giovane e che poi per anni ho invece completamente dimenticato. Sicuramente ha influito sulla scelta di attribuirgli questo nome la mia passione per l’esistenzialismo, corrente filosofica dalla quale, sin da quando ero studente di filosofia, sono sempre stato particolarmente attratto”. Il bed & breakfast contenuto nel libro ha detta dell’autore “è un po’ fuori rotta sul genere Psycho di Alfred Hitchcock: gli ospiti che pernottano al suo interno hanno infatti la capacità di sovrapporsi a figure del passato di Carl con le quali inevitabilmente è chiamato a confrontarsi, riportando a galla vicende traumatiche legate alla sua infanzia”. De Torrebruna, parlando del giovane protagonista del suo libro, ha inoltre dichiarato di essere molto soddisfatto in merito all’attività dello Studio Acting Itaka, nata a Roma e “fortemente influenzata dalla tradizione del teatro d’arte di Mosca che mi ha formato e dall’influenza dell’Actors Studio di New York dove ho trovato in Susan Batson un’abile coach che nel ’96 è stata anche regista del mio testo ‘Zoo Paradiso’”. “Credo molto – ha concluso – nell’insegnamento ed è proprio con i giovani che ho spesso messo su i cast per le mie produzioni prima fra tutte quella di ‘La Giustizia è un Vento’ all’interno della quale ho affrontato le storie di morte nelle carceri italiane, ispirandomi al libro inchiesta di Luca Cardinalini evitando però di trattare la storia di Cucchi ormai al centro dell’attenzione mediatica”. (Paf)
“I DENTI DI MICHELANGELO”: UN CASO ICONOGRAFICO
Di un autore celeberrimo come Michelangelo Buonarroti si dovrebbe ormai aver scritto di tutto e si dovrebbe conoscere tutto. Invece, il libro di Marco Bussagli, “I denti di Michelangelo” (Medusa, pp. 175, 19 euro) mette l’accento su un particolare che nessuno ha mai notato e che è sfuggito all’osservazione dei maggiori storici dell’arte di tutti i tempi, i quali non ne hanno mai scritto, né nei secoli scorsi né oggi, neanche dopo il lungo ciclo di restauri che ha interessato i suoi affreschi. Il grande artista, infatti, dipinge alcuni personaggi con un incisivo centrale nella chiostra dentaria superiore. Si tratta di figure notissime, dalla splendida Sibilla Delfica, al Giona della Cappella Sistina, fino a disegni altrettanto celebri, come La furia, intitolata emblematicamente L’anima dannata. Infatti, il valore che l’artista attribuisce a questa che è una vera anomalia anatomica – dal nome mesiodens – e che era nota anche all’amico medico Realdo Colombo (il quale ne scrive nel suo De re anatomica), è assolutamente negativo. Naturalmente, Michelangelo sapeva esattamente come era fatta un’arcata dentaria e quando lo riteneva opportuno, la dipingeva perfettamente, come nel caso della Madonna del Tondo Doni, oppure degli Angeli del Giudizio. Queste scelte del maestro affondano le radici nella speculazione teologica di Ezechiele, di Gioacchino da Fiore, di Savonarola e del Beneficio di Cristo, scritto da Benedetto da Mantova nel 1543, ma nato dalle varie riflessioni degli Spirituali del Circolo di Viterbo che faceva capo alla marchesa di Pescara Vittoria Colonna e al cardinal Reginald Pole. Il pensiero che sottintendeva quel testo influì sulla concezione teologica del grande affresco del Giudizio Universale dal quale emerge l’idea della predestinazione, proprio per la presenza del mesiodens. Infatti, il grande artista dipinge uno scheletro che, risorgendo, mostra il quinto incisivo a livello della struttura ossea. Questo vuol dire che quel personaggio era ‘predestinato’ al male, come tutti gli uomini che, con le loro azioni, voltano le spalle al Credo di Cristo. (Red)
ECO E FEDRIGA RACCONTANO “LA FILOSOFIA E LE SUE STORIE”
Un viaggio appassionante attraverso la storia del pensiero filosofico, dall’antica Grecia al Medioevo. Un viaggio inconsueto che unisce le idee alla cultura materiale, le forme del ragionare alla società e al modo di vivere, la filosofia alla storia, all’arte, alla scienza. “C’è una ragione culturale per cui una storia della filosofia inizia dai Greci. È stato il pensiero greco a formare il modo di pensare del mondo occidentale e solo comprendendo che cosa avessero pensato i Greci noi possiamo capire come abbiamo continuato a pensare negli ultimi tre millenni circa. Anche se tutto il pensiero occidentale fosse sbagliato, occorrerebbe conoscerlo per capire da dove veniamo e che cosa siamo”. Inizia dai presocratici “La filosofia e le sue storie” (Laterza, pp. 275, 28 euro) a cura di Umberto Eco e Riccardo Fedriga, perché “se, come dirà poi Aristotele, la filosofia nasce da un atto di meraviglia di fronte al mistero delle cose che ci circondano, da atti di meraviglia nascono le dottrine di Talete, di Anassimandro e di Anassimene”. Il viaggio prosegue nel pensiero antico, greco, latino, cristiano, medievale, fino all’ultima tappa nei primi anni del Trecento, generosi di novità. “Nova è la musica, moderni i seguaci del pensiero di Guglielmo di Ockham, nova è la pittura di Cimabue e Giotto. I maestri percorrono l’Europa e, in una lingua comune, insegnano le loro conclusioni nelle università di Parigi, Oxford, Bologna, Erfurt. Cresce il bisogno di filosofia e il sapere esce anche dalle aule universitarie per aprirsi alle novità e alle esigenze della società”. (Red)
“LE MIE 24 ORE DOLCI”: 60 GOLOSE RICETTE DELLO CHEF FUSTO
In “Le mie 24 ore dolci” (Gribaudo, pp. 160, 24 euro) Gianluca Fusto offre una selezione di 60 ricette per regalarsi in ogni occasione creazioni dolci, innovative e di facile esecuzione: si può scegliere tra dessert al cucchiaio, torte, biscotti, dolci da forno, piccola pasticceria, cioccolatini. Le ricette sono suddivise in base ai momenti salienti della giornata, dalla prima colazione allo spuntino di metà mattina, dal pranzo alla merenda, dall’aperitivo alla cena allo “sfizio notturno”, con un capitolo dedicato ai classici per le grandi occasioni e uno incentrato sul cioccolato. Dalle proposte più tradizionali, rivisitate grazie al tocco dello chef, a quelle più sorprendenti, si possono provare il babà di fragole, la torta ai tre cioccolati, la panna cotta al dulce de leche, mango e nocciola, la crostata di albicocche, mandorle e rosmarino, le gelatine, i macaron piselli e menta, il ghiacciolo al cioccolato. Alcuni dolci prevedono l’accostamento con altri elementi, creando ricche e golose composizioni, come nel caso della colazione con granita al caffè, brioche e crema di cioccolato bianco alla cannella o di quella con frullato, muesli, yogurt alle erbe e miele. Le preparazioni sono spiegate passo dopo passo e corredate dalle fotografie di Francesca Brambilla e Serena Serrani. Il libro è inoltre arricchito da una sezione dedicata alle basi della pasticceria e dai trucchi del Maestro pasticciere, accompagnati da illustrazioni, per creare dolci a regola d’arte con risultati infallibili. (Red)
“ALL’IMPROVVISO A NEW YORK” DI MELISSA HILL
Darcy Archer lavora in una piccola libreria indipendente di Manhattan. È una sognatrice: non è disposta ad accontentarsi e a trentatré anni aspetta l’arrivo del Vero Amore, quello che abita nei suoi adorati romanzi. Un giorno di dicembre, sfrecciando in bicicletta per le strade innevate della città, travolge un uomo che le sbuca davanti all’improvviso. Quando Aidan Harris viene portato via dai paramedici, sul marciapiede rimangono il suo cane e un pacco misterioso. In preda ai sensi di colpa, Darcy fa di tutto per ricongiungere il cane, un adorabile husky di nome Bailey, al suo padrone e quando scopre che nell’incidente Aidan ha perso la memoria, le cose si complicano. Inizia cosi l’indagine di Darcy che, decisa ad aiutarlo a ritrovare la sua identità, si lascia trascinare da Bailey attraverso una New York natalizia, vibrante di luci e colori, fino a un lussuoso appartamento nell’Upper West Side. Qui raccoglie indizi preziosi sulla vita dello sconosciuto, che sembra fatta di viaggi esotici, sport estremi e qualcosa di inaspettato. Tutto questo è “All’improvviso a New York” (Rizzoli, pp. 416, 16 euro) di Melissa Hill.