Scrive il sito della Treccani: “Il Movimento 5 Stelle divide la stampa e l’opinione pubblica anche per il netto rifiuto di una futura alleanza con altre forze politiche; se da un lato è una scelta coerente con i principi del movimento, dall’altro suscita la perplessità di chi ritiene che un’alleanza sia imprescindibile in un’ottica di governo nazionale”.
Questa onesta sintesi spiega perché la scommessa politica di Grillo sembra aver smesso di scaldare i cuori. Com’era prevedibile, l’idea che non ci si possa contaminare con altri, anche con gli affini, in attesa di vincere da soli le elezioni con il 51% dei voti, non ha retto alla prova dei fatti.
Non ha retto innanzitutto in Parlamento, dove deputati e senatori del Movimento 5 Stelle hanno finito col votare a favore di circa il 20% delle leggi proposte o sostenute dal governo. L’ultima volta pochi giorni fa sulla responsabilità civile dei magistrati. Su molte altre si sono astenuti o non hanno votato. L’ultima volta mercoledì scorso sulla riforma del lavoro.
In compenso le loro iniziative hanno potuto beneficiare in molte circostanze del sostegno degli altri partiti. Sono state approvate proposte del Movimento 5 Stelle in materia di giustizia civile, riforma del lavoro, aiuti alle zone terremotate, imposte sui rifiuti, taglio delle consulenze e delle auto blu, nomine nelle società partecipate, norme antimafia, residenze universitarie, terra dei fuochi, edilizia scolastica, microcredito e molto altro ancora. Nulla di tutto ciò sarebbe stato ovviamente possibile senza l’apporto degli altri gruppi.
Dalla caduta di Berlusconi, e quindi da tre anni, le grandi o piccole intese parlamentari sono le vere protagoniste della politica italiana. Praticarle chiamandosene fuori è un espediente che ormai mostra la corda. (2 dic)