La storia come distorsione voluta dei fatti, come invenzione a scopo propagandistico e dunque come imbroglio, è il lato oscuro di quell’arte di narrare chiamata storytelling. In politica se ne fa grande uso, come documenta lo scrittore francese Christian Salmòn in un testo appena pubblicato da Fazi.
Cercare il consenso con espedienti narrativi è il destino a cui sembra essersi condannata la generazione di Clinton e Bush, Blair e Berlusconi, Sarkozy e Zapatero, Hollande e Renzi.
Non è solo colpa loro. Quando Roosevelt faceva un discorso alla radio, le persone avevano il tempo necessario per rifletterci su, potevano soppesare le emozioni e sottoporle alla prova dei fatti. Oggi, con Internet e la televisione che diffondono informazioni 24 ore su 24, siamo immersi in un contesto che non ci dà più il tempo per riflettere. Gli elettori – nota Salmon – sono guidati da “puri sentimenti di simpatia o avversione che suscitano in loro i candidati”. Le nuove tecniche di potere richiedono il mantenimento di uno stato di allarme permanente, cioè un uso strategico dei meccanismi utilizzati dal romanzo e dal cinema per catturare l’attenzione.
Una seconda spiegazione per questo diluvio di falsi racconti e di emozioni effimere, per questo declino della parola pubblica, è che i politici di nuova generazione sono per la prima volta chiamati a governare nel contesto del declino della sovranità statale. Sembrerebbe proprio, osserva lo scrittore francese, che la perdita di sovranità degli Stati abbia bisogno di capi di Stato privati della loro credibilità.
D’altra parte la traduzione dell’azione politica in forma narrativa non è più prerogativa esclusiva del potere. Ci sono i media, i movimenti di opposizione, i tweet e i blog, che a volte riescono persino a sottrargli il microfono e a imporre la loro versione della storia. Chi la racconta per primo e meglio, vince. Che la realtà sia un’altra cosa, in genere lo scopriamo tardi e a nostre spese. (4 dic)