Tradizionalmente gli italiani riversano la colpa delle loro sventure sugli altri. Questo pensava Carlo M. Cipolla, il principale studioso del declino dell’Italia nei secoli scorsi. Parlando di economia gli dà ragione Giacomo Vaciago, autore di un saggio – intitolato “Un’anima per l’Europa” (Il Mulino) – in cui ricorda che nei giorni pari diamo la colpa delle nostre sventure alla Cina, a Putin, alla Grecia e così via. Nei giorni dispari la colpa va soprattutto alle Merkel e all’euro, spesso trattati come sinonimi. E’ la sindrome del capro espiatorio.
Sostiene il professor Vaciago che noi dovremmo invece trovare il coraggio di dire la verità. Una di queste verità ce la ricorda uno studio del blog “Scenari economici” che ha ricostruito i dati di PIL, debito pubblico, deficit, saldo primario e spesa per interessi dal 1980 al 2014. Il dato più impressionante è che in questi 34 anni l’Italia ha pagato 3.447 miliardi di interessi sul proprio debito, una cifra enorme, che è quasi il doppio del debito stesso ed è pari al 213% del prodotto interno lordo dell’anno scorso.
Tutto questo nonostante il saldo primario – cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi – sia stato globalmente positivo per una cifra che non ha pari tra i grandi paesi occidentali.
Una delle verità che secondo Vaciago chi pensa di tornare alla lira dovrebbe avere il coraggio di dire è che svalutare la moneta per recuperare competitività e occupazione altro non sarebbe che un parziale default su questo gigantesco debito, e dunque non sarebbe un pranzo gratis per tutti. Qualcuno ci rimetterebbe parecchio. E’ assai improbabile che la svalutazione renda una società più equa: una volta – conclude Vaciago – avremmo detto che inflazione e svalutazione erano nell’interesse dei padroni, non certo dei lavoratori e dei pensionati. Ora usiamo categorie più raffinate e meno ideologiche, ma la sostanza non cambia. (22 gen)
