L’anno scorso l’Onu ha censito 51 milioni di rifugiati, il numero più alto dalla seconda guerra mondiale. Erano 45 milioni nel 2012. L’incremento è dovuto soprattutto alle guerre e alle persecuzioni in Africa e in Siria.
Dalla settimana scorsa i cittadini siriani non possono più entrare in Libano con il solo documento di identità, ma hanno bisogno di un visto. Il paese che detiene il primato mondiale per la presenza di rifugiati, non è più in grado di accoglierli. Il Libano ha 4 milioni e 300 mila abitanti e i profughi siriani sono un milione e mezzo. Decine di migliaia di persone si sono insediate in accampamenti di fortuna lungo il confine, in case abbandonate o nei vecchi campi palestinesi. I profughi sono soprattutto bambini e ragazzi, più della metà ha meno di 24 anni. Uno su tre non è mai andato a scuola, il 40% si è fermato all’istruzione primaria, il 3% ha frequentato l’università. I siriani trovano lavoro, quando lo trovano, in agricoltura, nei servizi domestici e nell’edilizia. Il salario medio è di 230 euro.
Sono circa 4 milioni i siriani in fuga. La Turchia, il “vicino” che ha affrontato meglio l’emergenza, ne ha accolti 1 milione 600 mila ma ora fa sempre più fatica a garantire nelle tendopoli lungo il confine condizioni di vita accettabili, soprattutto con il freddo di questo periodo.
In Giordania, dove i siriani sono 650 mila, l’impatto della tempesta di neve Huda è stato drammatico: sono state distrutte le tendopoli e allagati gli accampamenti in cui circa metà delle famiglie non ha il riscaldamento. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ieri ha lanciato un Sos per chiedere alla comunità internazionale di aumentare il sostegno ai rifugiati. “In assenza di interventi – si legge nell’appello – le famiglie opteranno sempre più per strategie di sopravvivenza drastiche”.
Dicono più queste due righe che molti editoriali sullo scontro di civiltà. (16 gen)