Vienna, 17 set – Europa ed Iran: ovvero 2500 anni di confronti, incontri, scambi e incomprensioni, dalle guerre persiane immortalate nel 472 a.C. da Eschilo alla rivoluzione di Khomeini del 1979, fino all’attuale governo targato Mahmoud Ahmadinejad. Un’eredità complessa che continua a pesare su ogni tentativo di riannodare i rapporti con questo paese così cruciale per le sorti del mondo, che oggi agita i sonni degli occidentali grazie ad un progetto nucleare di difficile interpretazione. Nella 51esima conferenza generale dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) che si apre oggi a Vienna è in gioco tutto questo e anche di più. L’incontro, cui parteciperanno i rappresentanti dei 144 paesi membri, vedrà le potenze occidentali, Usa in testa, scontrarsi con Mohamed El Baradei, direttore generale dell’Aiea, ritenuto troppo molle nei confronti di Ahmadinejad. Il timore di Bush e dei suoi alleati è ovviamente quello che dietro il programma di arricchimento dell’uranio per fini civili da parte dell’Iran si nasconda in realtà una nuova e più temibile minaccia bellica all’occidente. Washington, per ora, sembra puntare sulla diplomazia, ricordando però che “tutte le opzioni restano aperte”, come affermato domenica dal segretario della difesa Robert Gates. “L’amministrazione Bush – ha continuato l’esponente del governo statunitense – crede per il momento che la via diplomatica ed economica sia di gran lunga il miglior approccio per continuare a gestire la minaccia iraniana”. Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, avverte invece che occorre “prepararsi al peggio”. Ovvero alla guerra. Non c’è alcuna manovra militare in corso contro il paese degli ayatollah, ha assicurato il politico transalpino, “ma è normale che si studino dei piani” per ogni evenienza. “Abbiamo deciso – continua Kouchner – che durante la negoziazione, che deve continuare e deve anzi amplificarsi, si preparino delle eventuali sanzioni economiche al di fuori dell’Onu, delle sanzioni tutte europee”. In quest’ottica il governo francese avrebbe anche effettuato pressioni su grandi aziende transalpine come Total e Gdf, al fine di impedire relazioni economiche forti tra queste e il paese asiatico. La posizione del ministro – già fondatore di Medici senza frontiere e da sempre sostenitore del “diritto di ingerenza” delle potenze occidentali nella politica interna degli altri paesi a fini di stabilizzazione dell’assetto geopolitico globale – è insomma chiara: negoziare “fino alla fine”, ma non escludere l’opzione bellica. L’Iran, da parte sua, manda messaggi contraddittori. Se da una parte Ahmadinejad dichiara che la repubblica islamica non cesserà il suo programma nucleare e che l’occidente non può imporre sanzioni, dall’altra, in un intervento alla televisione di stato satellitare Jame Jam indirizzato agli iraniani all’estero, il presidente ha anche affermato: “Il nostro messaggio alla nazione americana è di pace, amicizia, fratellanza e rispetto per i diritti umani”. Ahmadinejad ha poi nuovamente sollecitato gli Stati Uniti a lasciare l’Iraq. Ricordiamo, ad ogni modo, che il programma nucleare iraniano risale addirittura ai tempi dello Scià Reza Pahlavi. Interrotto durante gli anni della guerra con l’Iraq (1980-1988), il programma è ripreso successivamente grazie anche all’aiuto russo e pakistano. La crisi con l’occidente su questo specifico punto si nè comunque aggravata quando nell’agosto 2002 un movimento di dissidenti iraniani (Mujahedin-e-Khalq) ha annunciato che l’Iran stava costruendo nei pressi della città di Natanz un impianto segreto per l’arricchimento dell’uranio con il metodo della centrifugazione. Il fatto di aver attuato tali progetti in segreto in un contesto politico sempre più in conflitto con gli Usa e l’occidente ha subito generato forti sospetti. Da qui un lungo tira e molla con le porte delle centrali iraniane prima aperte e poi bruscamente richiuse per gli ispettori dell’Aiea, dichiarazioni di fuoco da ambo le parti e voci sempre più insistenti di progettati attacchi allo stato asiatico da parte statunitense. La paura della catastrofe atomica, del resto, è profondamente radicata nell’immaginario collettivo occidentale forgiato nella guerra fredda. Sovrapponiamo questo timore ancestrale con la particolare sensibilità divenuta dominante dopo l’11 settembre verso tutto ciò che proviene dal mondo islamico ed avremo un’idea di massima dello sfondo culturale in cui nasce la nuova “questione iraniana”. Questione che, a quanto pare, sembra ben lungi dal potersi risolvere in tempi brevi.