Roma, 20 set – Misteri d’Italia. Il cadavere di una persona sepolta nel cimitero di Conflenti, nel Lamentino, potrebbe essere di Mauro De Mauro, il giornalista de “L’Ora” di Palermo, scomparso il 16 settembre del 1970 e mai più ritrovato. Sono passati trentasette anni e sul misterioso giallo palermitano molte ipotesi sono state fatte. Il caso De Mauro – la cui inchiesta è stata chiusa nel 2005 – è un intrigo in piena matrice primi anni ‘70, fatto di rivelazioni, depistaggi, indizi e smentite. Il giornalista, fratello del linguista Tullio De Mauro, lavorava nella redazione de “L’Ora” quando, da quella postazione, si spinse troppo in là: ficcò il naso nel caso Eni-Mattei, si addentrò nelle trame del golpe Borghese e si pose troppo domande sui boss di “Cosa nostra”. Mauro De Mauro fu ucciso perché, come disse a un collega in redazione, poco prima che lo facessero fuori: “Ho uno scoop che farà tremare l’Italia”. Ma sulla vicenda non si è mai riusciti a fare del tutto chiarezza. Per più di vent’anni ci fu solo silenzio e solo dopo le stragi del 1992 cominciarono a parlare i pentiti. Oggi, le rivelazioni di un giornalista della “Gazzetta del Sud” hanno fatto prendere al sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Gerardo Dominijanni, la decisione di disporre che un cadavere venga riesumato dal cimitero calabrese per essere sottoposto all’esame del dna. Perché per Angelo Badolati, caposervizio della redazione cosentina della “Gazzetta del Sud”, quel cadavere sepolto nel cimitero di Confluenti non sarebbe del pregiudicato Salvatore Belvedere, come si verificò ai tempi, bensì di De Mauro. Il corpo, ritrovato in evidente stato di decomposizione in una buca scavata nei boschi della Sila catanzarese, venne identificato dal figlio di Belvedere come quello del padre, pregiudicato di Lamezia Terme, evaso dal carcere nel giugno del 1970 insieme ad altri quattro pregiudicati tra cui Pino Scriva, poi diventato collaboratore di giustizia, e il presunto boss di Lamezia Terme, Antonio De Sensi. La rivelazione che conterebbe su una fonte attendibile – un poliziotto, oggi in pensione ma all’epoca in servizio nella Squadra mobile di Catanzaro – si trova nel libro di Badolati “Ndrangheta eversiva”, edito dalla Klapper, uscito in questi giorni. Secondo la ricostruzione del giornalista della “Gazzetta del Sud”, il corpo del cronista de “L’Ora” fu sfruttato dalla criminalità calabrese per offrire una nuova vita a Salvatore Belvedere che sarebbe in verità scappato in Corsica cambiando identità e godendosi la libertà. Angelo Badolati collega a De Mauro anche il misterioso incidente del 1972, in Calabria, in cui restò vittima il giornalista, suo collega e amico, Ezio Calaciura. La moglie di Calaciura ha contribuito a riaprire il giallo dichiarando che al momento della tragica scomparsa, il marito, insoddisfatto delle versioni ufficiali, stava lavorando al caso De Mauro. Certamente una tesi suggestiva, irrobustita da Badolati con confessioni di pentiti, relazioni riservate e documenti investigativi. E sulla quale ora ha deciso di indagare anche la Dda catanzarese. “Non so nulla. Di questa storia nessuno ci ha mai comunicato ufficialmente nulla”, ha dichiarato invece Antonio Ingoia, pm nel processo per l’omicidio del giornalista, mentre la famiglia di De Mauro è stata informata in questi giorni degli “accertamenti tecnici” in corso dalla procura di Catanzaro, come ha rivelato Francesco Crescimanno, legale di parte civile della famiglia del giornalista nel processo per la sua scomparsa e uccisione a Palermo. Mauro De Mauro era un cronista “d’assalto”. Nel 1962 aveva seguito la morte del presidente dell’Eni, Enrico Mattei e nel settembre del 1970 si stava nuovamente occupando del caso, in seguito all’incarico ricevuto dal regista Francesco Rosi per il suo film “Il caso Mattei”, che uscì nel 1972. Il giornalista venne rapito la sera del 16 settembre del 1970, mentre rientrava nella sua abitazione e il suo corpo non venne mai ritrovato. Perché fu ucciso? Scartata l’ipotesi iniziale seguita dal colonnello dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, secondo la quale sarebbe stata la mafia a eliminarlo per le sue inchieste giornalistiche sul traffico di droga, in seguito la polizia ritenne piuttosto che la sua sparizione fosse legata alle sue ricerche sul caso Mattei, anche per la sparizione dal cassetto del suo ufficio di alcune pagine di appunti e di un nastro registrato con l’ultimo discorso tenuto da Mattei, il giorno stesso del suo rapimento. A prevalere però in sede giudiziaria fu la “pista nera”. De Mauro era venuto a sapere che il principe Junio Valerio Borghese stava preparando un golpe. E che Cosa Nostra complottava con i generali. I mafiosi avrebbero dovuto occupare la sede Rai di Palermo, le prefetture e le questure delle città siciliane. Mauro De Mauro però fece le domande giuste alle persone sbagliate. Lo rapirono, lo “interrogarono”, poi lo strangolarono. Il suo cadavere fu seppellito in campagna, tra la borgata di Villagrazia e la foce del fiume Oreto. Quest’ultima è la versione che resiste a più di tre decenni di investigazioni. Fu la scoperta di quel patto tra i fascisti e gli affiliati di Cosa Nostra a condannare a morte De Mauro. E chi furono i mandanti dell’omicidio? I capi della Cupola: Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Salvatore Riina. Avrebbero ordinato il suo rapimento dopo un incontro a Roma con il principe Borghese e due alti ufficiali del Sid, il servizio segreto militare di allora. Il golpe era previsto per dicembre, nella notte tra il 7 e l’8, nome in codice del piano insurrezionale “Tora Tora”. Si trattò di un omicidio “preventivo”, stando all’ultima ricostruzione dei magistrati del sequestro del giornalista. A soffocarlo furono Mimmo Teresi, Emanuele D’Agostino e Stefano Giaconia, picciotti di Santa Maria di Gesù, tutti e tre assassinati nella guerra di mafia degli anni ‘80. Con loro ci sarebbe stato anche Bernardo Provenzano. A confermare l’uccisione di De Mauro furono a più riprese alcuni pentiti di mafia: Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Nino Calderone, Francesco Di Carlo. Molti dei presunti colpevoli, insomma, non ci sono più. E sullo sfondo del caso De Mauro restano ancora tanti “affaire” italiani, di quelli che non si saprà mai fino in fondo.
(Cli/Cog)