C’è un diffuso e crescente pessimismo, in Italia e all’estero, sul futuro dell’Unione Europea. John Feffer, un analista molto apprezzato a Washington, ha scritto nei giorni scorsi su Le Monde che – qualora dovesse soccombere agli istinti separatisti che la stanno scuotendo – l’Unione europea “potrebbe seguire l’Unione Sovietica e la Jugoslavia nella discarica dei federalismi falliti”. Naturalmente l’Europa continuerà a esistere come continente e i suoi stati nazione continueranno a godere di diversi livelli di benessere. Ma l’idea di Europa giungerà alla fine.
Timori analoghi si possono rintracciare in Italia, anche se vengono espressi con maggiore prudenza e soprattutto con la speranza di sbagliarsi, sentimento che in genere non alberga presso i pensatoi americani.
Nel rapporto 2015 dell’Ispi, che in questi giorni viene presentato nelle principali città, Mario Deaglio descrive bene il clima di generale inimicizia, o mancanza di amicizia, che – dopo la fine di quella che lui chiama la “globalizzazione sorridente” – sembra ora connotare i rapporti tra gli Stati.
Sarebbero state impensabili, qualche anno fa, le uova lanciate a Roma contro l’ambasciata tedesca o il pacco bomba disinnescato a Napoli davanti alla filiale della Deutsche Bank.
Nel rapporto Ispi, Stefano Micossi si sofferma sui limiti della governance europea e sulla fragilità pericolosa delle politiche economiche adottate dall’Unione. Sembra che Keynes – osserva – non sia mai stato tradotto in tedesco.
Il risultato è che sta montando l’opposizione politica alla costruzione europea, vista da quote crescenti della popolazione della periferia come una ricetta di miseria, e della popolazione del centro come una minaccia alla propria stabilità. (23 feb)