Le ultime notizie risalgono al 6 febbraio, quando sono stati depositati alla cancelleria della Consulta gli atti con cui il Tar della Campania solleva la questione di costituzionalità della legge Severino. Da allora si è in attesa che la causa venga assegnata e la Corte si pronunci, cosa che dovrebbe avvenire nei prossimi mesi.
Il ricorso che i giudici costituzionali dovranno valutare è quello relativo agli articoli 10 e 11 del decreto approvato nel dicembre 2012, articoli che vietano di candidare ed eleggere amministratori locali che siano stati condannati anche solo in primo grado, come è accaduto a De Magistris (Napoli) e De Luca (Salerno), e prima di loro ad altri assessori o presidenti di provincia. Secondo il Tar questa norma non va d’accordo con quella – molto meno severa – che invece si applica ai parlamentari italiani ed europei, i quali per essere dichiarati incandidabili o decaduti devono aver subìto una condanna definitiva: primo grado, secondo grado e Cassazione, come è accaduto a Berlusconi.
Una sentenza di primo grado – osserva il Tar – può essere successivamente revocata e dunque non autorizza «a presumere la sussistenza di una situazione di indegnità morale che legittimi l’inibizione dell’accesso ad una carica pubblica o la sua perdita».
L’intervento della Corte Costituzionale si potrebbe evitare se il parlamento rimediasse da solo alla disparità di trattamento tra parlamentari e politici locali. Ma non è aria.
Anche perché – a proposito di disparità – occorre aggiungere che, a differenza della Severino, il codice etico del Pd non prevede l’incandidabilità per chi è condannato in primo grado per abuso d’ufficio, il reato di cui doveva rispondere Vincenzo De Luca, vincitore delle primarie in Campania.
In questo groviglio di norme contraddittorie sfuma, con la certezza del diritto, anche la trasparenza della politica.
(3 mar)