James Ellroy dice di essere un conservatore di destra ma poi ammette di aver votato Obama. Conosce l’umana ferocia da quando – a dieci anni – gli comunicarono che sua madre era stata violentata e uccisa, tuttavia è contro la pena di morte. Ha avuto una vita randagia, da marciapiede, finché non ha incontrato la scrittura che gli ha regalato una vita ordinata. La mattina non comincia a lavorare senza aver prima rifatto il letto.
“Sono cresciuto ignorato e inquieto. E ho sempre desiderato che la gente mi guardasse”, ha detto ad Antonella Barina che è andata a trovarlo a Los Angeles. Le ha raccontato che dopo la morte della madre attirava l’attenzione dei suoi amici ebrei gridando “Heil Hitler”. Pura provocazione. Finché non capì che sapeva far bene solo due cose: scrivere e parlare in pubblico.
Per scrivere usa la biro. Non possiede computer e non guarda la tv, non legge i giornali e non ascolta la radio, non va al cinema e dice di non sapere nulla di quel che accade in America, perché gli basta sapere e raccontare quello che è già accaduto.
E infatti, dopo aver reinventato il linguaggio del noir, adesso scrive romanzi storici. Quello che Einaudi pubblica in questi giorni tradotto da Alfredo Colitto si intitola “Perfidia”, come il brano suonato da Glenn Miller nel ‘41, e racconta una pagina oscura della storia americana , l’isteria razzista che all’inizio della Seconda guerra mondiale portò all’internamento dei cittadini di origine giapponese.
C’è molto altro, naturalmente: omicidi, amori, tradimenti, ci sono gangster e politici corrotti, comparse di prestigio come Brecht e Rachmaninov, c’è come sempre nei libri di Ellroy la descrizione minuziosa impietosa avvincente del prezzo che tutti pagano al male.
Tempo fa a un altro giornalista italiano, Fulvio Scaglione, Ellroy disse che tra i compiti dello scrittore c’è quello di raccontare le orribili conseguenze dei comportamenti immorali. E quindi accettò di buon grado le definizione di moralista. (17 mar)
