Tra le vittime della modernità c’è anche la cronaca sindacale, che ha seguito la parabola dei soggetti di cui si occupa. C’è dunque poco spazio, sui media, per la notizia che l’altra notte è stato rinnovato, dopo un negoziato durato due anni, il contratto nazionale del commercio e dei servizi.
Eppure si tratta di una signora notizia, perché riguarda più di tre milioni di persone, perché è il primo grande contratto nazionale che si sigla dopo anni, perché è stato negoziato in piena recessione e perché i suoi contenuti sono decisamente innovativi.
Il principio che ispira le nuove regole è la flessibilità degli orari. Nel periodo natalizio o dei saldi per i negozi, ma anche in giugno per le aziende che fanno servizi alle imprese, i datori di lavoro possono chiedere ai loro dipendenti di lavorare quattro ore in più senza che sia necessario l’ok del sindacato né del lavoratore stesso e senza che si paghi lo straordinario. Le ore saranno recuperate nell’arco dei 12 mesi seguenti ma in periodi che per l’azienda sono meno impegnativi e nei quali c’è meno bisogno di personale.
I sindacati hanno accettato anche contratti a tempo determinato e un inquadramento più basso quando gli assunti siano disoccupati o abbiano concluso l’apprendistato senza che ci sia stata una stabilizzazione.
Infine – poiché si è parlato molto e giustamente degli 80 euro che il governo ha aggiunto a 10 milioni di buste paga – va sottolineato che il contratto nazionale firmato ieri da Confcommercio e sindacati prevede un aumento medio mensile leggermente superiore, cioè di 85 euro.
Parole in disuso come parti sociali, negoziato e contratto nazionale hanno dunque ritrovato – almeno per un giorno – la loro ragion d’essere. (31 mar)