Roma, 9 ott – E’ scontro sulla questione burqa. Dopo la decisione, venerdì scorso, del prefetto di Treviso, Vittorio Capocelli, di legittimare il tradizionale velo islamico, si fa al calor bianco la querelle tra chi sostiene che sia un diritto delle donne mussulmane indossarlo, e chi invece si oppone per “ragioni di pubblica sicurezza” ritenendo che debbano rimanere a volto scoperto. Insomma tra chi si schiera con Capocelli e chi con il prosindaco leghista di Treviso Giancarlo Gentilini, che tre anni fa vietò di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di qualsiasi mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. Il prefetto Capocelli, che al termine di una riunione con la Consulta per l’immigrazione e l’associazione Migrantes, lo scorso 5 ottobre, avallò la risoluzione secondo la quale “se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all’identificazione e alla rimozione del velo”, ha probabilmente fondato la sua decisione interpretando la circolare del Dipartimento della Polizia del dicembre 2004, che legittima il burqa in quanto “segno esteriore di una tipica fede religiosa” nonché come “pratica devozionale”. Ad infiammare le polemiche si sono poi aggiunte le parole del ministro per la famiglia, Rosy Bindi che, replicando a Gentilini sull’illeggittimità per le donne islamiche di indossare il burqa, aveva detto di ritenere che l’uso del velo debba essere “una libera scelta delle donne musulmane. Come vogliamo i nostri crocifissi appesi nelle nostre aule – aveva aggiunto – siamo anche rispettosi del velo, se viene liberamente portato come segno della propria civiltà. Noi non cerchiamo un’integrazione senza colori, senza differenze – erano state le parole dell’esponente dell’esecutivo – ma dobbiamo puntare ad una società interculturale nella quale le differenze non sono solo tollerate ma cercano anche di integrarsi”. Alla presa di posizione della Bindi ha risposto dunque oggi il ministro per i Diritti e le Pari opportunità Barbara Pollastrini che si è detta “sconcertata” e “indignata” ribadendo il suo netto “no” ad autorizzare in Italia le donne di religione islamica a indossare il burqa. “Come ho sempre detto – afferma la Pollastrini – ritengo la copertura integrale del volto un’offesa alla dignità delle donne. Dunque, sul burqa non può esistere alcuna ambiguità. Il no è netto. Nel nostro Paese – prosegue – esiste la legge numero 152 del 1975 che, all’articolo 5, vieta di fare uso, in luogo pubblico, di una copertura totale del volto. Questa normativa va applicata con fermezza e saggezza. E del resto, il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro degli Interni Giuliano Amato sono sempre stati chiari in merito. Altra cosa – conclude Barbara Pollastrini – è il velo, lo hijab o il chador”. A non condividere la scelta del prefetto di Treviso è anche il presidente di An, Gianfranco Fini, il quale evidenzia che “ci sono leggi che vietano di andare in giro con il viso coperto perché si creerebbero enormi problemi per l’identificazione delle persone. La questione del velo – ha aggiunto – deve essere riferita esclusivamente al volere della donna. Una cosa è la scelta di una donna islamica di coprirsi il capo, un’altra è l’obbligo imposto da qualcuno, perché questo non ha alcunché a vedere con la libertà religiosa ma con la libertà personale”. Una decisione, quella del prefetto di Treviso, contestata anche da Silvana Mura, deputata dell’Idv. “Qui non si tratta di portare avanti improbabili guerre di religione ma di riaffermare il principio delle pari opportunità e dell’emancipazione delle donne che il burqa nega – ha sottolineando la deputata -. Questo è il motivo principale per il quale ritengo si debba vietare l’uso del burqa nel nostro paese, prima ancora del fatto che c’è una legge dello Stato che impone a chiunque di girare a volto scoperto. E’ una questione di civiltà prima che di legalità, sulla quale sarebbe grave capitolare, e per la quale riterrei di dovermi battere – conclude – anche se il burqa fosse imposto dalla religione cattolica”. Polemica anche la risposta di Mario Borghezio, capogruppo della Lega Nord al parlamento europeo, che – riferendosi a Capocelli – ha sentenziato: “Se lo ama così tanto lo faccia indossare a sua moglie, che potrà esibirlo con soddisfazione di Sua Eccellenza il marito in occasione del ricevimento ufficiale per le celebrazioni del 2 giugno: sarà così un ulteriore buon motivo per non parteciparvi, da parte dei patrioti veneti di Treviso”.
Ma a scagliarsi contro la decisione del prefetto di Treviso è anche il presidente dell’Associazione donne marocchine in Italia e membro della Consulta per l’Islam italiano Souad Sbai, per il quale lo stivale starebbediventando sempre più fondamentalista. “E’ scandaloso – afferma -. C’è una legge del ‘75 e quella vale per tutti”. Per Sbai, è una decisione “pericolosa, perché se diventa effettiva moltissime donne saranno costrette ad indossare il burqa. Quel velo integrale più che una scelta è molto spesso imposto dai mariti”, ha ricordato, chiedendo al prefetto di Treviso se abbia “mai chiesto alle donne quanta violenza c’è dietro il burqa che indossano”. Treviso è terreno di scontro sulla questione del velo islamico da quando, tre anni fa, l’allora sindaco leghista Giancarlo Gentilini aveva emesso l’ordine di arrestare le donne con il burqa, ai sensi dell’articolo 5 della legge 152 del 1975. La norma, infatti, vieta di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di caschi o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. Negli ultimi anni la poltrona di primo cittadino è passata a Gian Paolo Gobbo, ma la posizione sulla questione velo è rimasta intatta. “Il burqa è un travestimento, significa non far vedere la propria faccia, mascherarsi per non farsi identificare. Sotto il burqa potrebbe esserci un malavitoso o anche un attentatore”, ha detto infatti il primo cittadino intervenendo a Radio 24 al programma “Viva Voce”. “Se non posso girare mascherato o con una calzamaglia in testa non vedo perché si possa andare in giro col burqa – ha aggiunto Gobbo -. Peraltro non c’entra con la religione, il burqa può essere una tradizione ma spesso è un simbolo di schiavitù. A casa nostra c’è solarità, c’è il sapere chi si ha sempre a fianco e la voglia di integrarsi, al di là della situazione religiosa”.
(Cep – Deg)