Roma, 15 ott – Quest’anno l’influenza costerà al Paese fino a 3 miliardi di euro, considerando solamente i soggetti di età compresa tra i 50 e i 64 anni. A questo risultato sono giunti i ricercatori dell’Università Cattolica “Sacro Cuore” di Roma e del Ceis Sanità dell’Università “Tor Vergata”, grazie ad uno studio patrocinato da Federanziani, presentato a Roma in una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati dal Presidente di Federanziani Roberto Messina, dal Prof. Americo Cicchetti dell’Università Cattolica di Roma, dal Prof. Francesco S. Mennini del Ceis-Sanità dell’Università “Tor Vergata” di Roma, dall’On. Lionello Cosentino della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, dal Sen. Ignazio Marino Presidente Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica, dal Sottosegretario al Ministero della Salute Serafino Zucchelli e dal Prof. Fabrizio Pregliasco dell’Istituto di Virologia dell’Università Statale di Milano e membro dello European Influenza Surveillance Scheme.
Qualche numero per quantificare meglio i vantaggi che la vaccinazione comporterebbe per la collettività, considerato un risparmio economico intorno al 23-24%, (come dire 700 milioni di euro) che comprende: risparmio fino al 25% delle giornate di lavoro altrimenti perse; riduzione dei casi di mortalità fino al 40% (variabile tra il 31 e il 57% al variare del livello di contagiosità e della virulenza attesa del ceppo influenzale); riduzione delle visite mediche del 27%; riduzione delle ospedalizzazioni per influenza del 37%. “In passato la politica non ha mai visto di buon occhio gli investimenti ‘in prevenzione’, perché la breve durata dei governi ‘sconsigliava’ interventi costosi dei cui benefici avrebbero goduto i governi successivi; oggi – hanno confermato gli stessi politici presenti – la durata media pluriennale dei governi autorizza investimenti che, come quello per la vaccinazione anti-influenzale, porterebbero benefici a distanza… di mesi”. Senza considerare che le stesse aziende ne avrebbero un ‘guadagno’ economico diretto, legato alla minore perdita di giornate lavorative dei propri dipendenti: “ecco perché – ha sottolineato con forza il presidente di Federanziani Roberto Messina – dovrebbero essere incentivate a promuovere una politica vaccinale attiva, seguendo il modello americano che, in questo caso, si è mostrato assolutamente vincente”. L’analisi condotta dalle due Università “è, tra l’altro, altamente conservativa perché prende in considerazione i risparmi ‘solamente’ per la popolazione tra i 50 ed i 64 anni – sostengono i ricercatori – a fronte di una vaccinazione di massa con livelli di copertura addirittura del 100% in questa fascia di età. Senza considerare che il risparmio prodotto dalla vaccinazione è sottostimato, perché l’alternativa alla vaccinazione sono i nuovi e costosi farmaci antivirali e non i ‘vecchi’ antipiretici come il paracetamolo, ormai generici e quindi poco costosi”. La metodologia usata dalle Università romane di ‘Tor Vergata’ e della Cattolica presenta due elementi di innovatività rispetto agli studi tradizionali: il “Modello di simulazione dinamico” originariamente creato e sviluppato dal dipartimento di biometria di Tubingen in Germania, e applicato alla realtà italiana dall’università Cattolica e dal “Ceis-Sanità”. Tale modello riproduce il corso dell’infezione del virus dell’influenza nel tempo. Utilizzando come parametro principale il BRN, Basic Reproduction Number, ovvero il numero di individui che un soggetto già infetto può contagiare; sebbene la stima dei costi e dell’efficacia del vaccino rispetto alle alternative abbia prodotto con il primo modello dei risultati significativi, si è ritenuto opportuno approfondire l’analisi tenendo conto di un ulteriore variabile che può condizionare ed indirizzare le scelte dei decisori e degli operatori sanitari: il budget messo a disposizione dal Servizio Sanitario Nazionale per la somministrazione del vaccino. E’ stato quindi affrontato il problema dell’ottimizzazione vincolata, seguendo la metodologia adottata da Weinstein e Zuckhauser: in questo modo si risolve il problema della migliore e più efficiente allocazione delle risorse a disposizione del sistema. “Il risultato che emerge – concludono gli esperti – soprattutto se la percentuale dei vaccinati aumenta fino a raggiungere l’80% di copertura della popolazione tra i 50 e 64 anni, è che il vaccino è comunque e sempre l’alternativa da preferirsi; si possono quindi creare le opportunità, anche alla luce della Finanziaria 2008, di incentivare la vaccinazione destinando una quota maggiore alla popolazione tra i 50 i 64 anni di età”.