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COGNE, MOTIVAZIONI: FU UN “CONFLITTO INTERIORE”

it@withub.it by it@withub.it
19 Ottobre 2007
in Archivio News dal mondo
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Torino, 19 ott – Annamaria Franzoni ha ucciso il figlio Samuele per “un conflitto interiore”. Depositate oggi le motivazione della sentenza con cui la Corte d’Assise d’Appello di Torino l’ha condannata a 16 anni di carcere per l’omicidio del piccolo, avvenuto il 30 gennaio 2002. Un conflitto interiore che secondi i magistrati “aveva radice nell’ambito familiare”. In particolare la causa è stata la “difficile gestione da parte sua dei due figli bambini, gestione caratterizzata – nei riflessi che aveva sul funzionamento psichico dell’imputata – da sovraffaticamento e da stress”. Quella della Franzoni è stata una “condotta efferata, un dolo intenzionale di omicidio che ha superato in un breve momento ogni freno. Come è reso evidente dal vero e proprio massacro della testa del suo bambino”. Samuele, come hanno ricostruito i giudici “tentò pure un debole atto di difesa restando ferito alla mano”. Per adesso quindi Annamaria Franzoni non beneficia dell’indulto. Secondo quanto deciso la causa “è da cercare nel fatto che la donna è ancora indagata a Torino per calunnia nel procedimento chiamato Cogne Bis su una presunta alterazione della scena del delitto. L’indulto potrà eventualmente essere applicato quando la Franzoni al termine di un processo per calunnia, verrà condannata”. Dalle 553 pagine della sentenza anche le prime ricostruzioni dell’omicidio. Annamaria Franzoni, dopo aver colpito il figlio Samuele “con un oggetto domestico” in preda a una sorta di raptus, prima di chiamare i soccorsi ha nascosto l’arma del delitto, forse nel suo zainetto. Secondo i giudici, la donna ha percosso il bambino con “un pentolino, un mestolo o comunque, con buona verosimiglianza, uno strumento appartenente a un genere di cose di utilizzo domestico”. L’arma è stata “forse avvolta in qualche modo”, con riferimento alla scomparsa di un calzino dalla casa, “e poi o lavata e rimessa a posto”, come si ricava da alcuni riferimenti di Annamaria sui tempi di lavaggio dei mestoli carpiti durante alcune conversazioni intercettate dai carabinieri, “o collocata nella borsa per il trasporto esterno previo accurato avvolgimento”. La Corte sembra propendere per quest’ultima ipotesi perché cita il ritrovamento di “una traccia latente di sangue della vittima” sul perno della zip della borsa. Contro la Franzoni, secondo i magistrati, ci sono dunque “fatti certi” che costituiscono “un quadro di elementi univoci e concordanti”. A cominciare dalla posizione della persona che ha percosso il bimbo disteso, al momento dell’omicidio, sul letto di mamma e papà compiendo “un vero e proprio massacro”. L’aggressore del piccolo Samuele, per i giudici, indossava sia i pantaloni e la casacca del pigiama sia gli zoccoli appartenenti ad Annamaria (“zoccoli riportati al piano superiore dopo il fatto”). Inoltre si era inginocchiato sul lettone ai piedi di Samuele, come per volere “incombere sulla vittima”: questo comportamento, secondo quanto si legge dalla sentenza, è “riconducibile a una madre che vuole imporre al figlio la propria autorità e la propria forza punitiva”. E “la stessa Franzoni ha ammesso di aver collocato Samuele nel letto matrimoniale, che si era alzato e stava salendo piangente al piano superiore, perché voleva calmarlo e farlo stare tranquillo in quanto lei doveva uscire per accompagnare l’altro figlio Davide” allo scuolabus. La casacca del pigiama venne poi “occultata” sotto le lenzuola “a macchie ematiche già essiccate”. Contro di lei gioca anche “la natura impropria dell’arma usata, e mai ritrovata, riconducibile con buona verosimiglianza a un oggetto di uso comune e domestico in linea con un delitto realizzato con reiterati e violenti colpi tali da orientare verso un delitto attuato con condotta impulsiva ed emotiva (il cosiddetto omicidio d’impeto) piuttosto che verso un delitto programmato”. Poi c’era stata la contraddizione nel ricostruire l’accaduto e la smentita, secondo i giudici, di testimoni “su particolari rilevanti”. Per esempio, “l’avere indossato gli zoccoli durante i soccorsi, l’aver lasciato aperta la porta, l’aver indicato al 118 un fatto naturale escludendo qualunque trauma, l’aver addotto un alibi, relativo al momento in cui si era vestito e soprattutto al tempo e alle modalità di uscita di casa, smentito da altre acquisizioni processuali”. La Franzoni, da parte sua, ha accolto con profonda delusione il deposito della sentenza, delusione soprattutto verso “una giustizia che non ha il coraggio di dire ‘forse sto sbagliando’”. “E’ giusto – afferma la donna – avere indagato in casa, nella nostra famiglia, ma purtroppo si è rimasti soli dentro questi ambiti, cosicché a oggi non sono ancora state approfondite altre piste. Quindi anche quella del vero colpevole. Continuerò per tutta la vita – dice ancora Annamaria Franzoni – a chiedermi perché non ho il diritto di sapere chi ha ucciso il mio Samuele, nella speranza di trovare quanto prima un magistrato che mi ascolti. Mi è stato tolto un figlio atrocemente – conclude la donna – e sono ormai sei anni che vivo con questo dolore, reso ancora più dilaniante da un’accusa ingiusta”.
(Cep)

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