Palermo, 22 ott – “Il turismo di ritorno – ha sottolineato Randazzo – della nostra gente all’estero è, purtroppo, ancora non un flusso sostanzioso e regolare, ma un modestissimo rigagnolo rispetto al potenziale. Si nota un’assenza di autentici incentivi – ha proseguito il parlamentare di residenza australiana eletto nella circoscrizione Estero – e, a parte il richiamo dei legami familiari per chi ancora ce l’ha, un’assenza di invitante accoglienza. Il turismo di ritorno non è più solo o principalmente quello di chi è partito dalla propria terra di nascita, ma quello delle seconde e terze generazioni dei nostri emigrati”. Sottolineando come il gruppo di nascita e/o origine siciliana nel mondo sia di gran lunga superiore all’odierna popolazione della Sicilia, Randazzo ha anche affermato “che un numero altissimo di oriundi siciliani in Australia è costituito da operatori economici, dirigenti aziendali, esponenti di primo piano in amministrazioni pubbliche e private, professionisti, uomini e donne di solida formazione culturale, in gran parte non più italofoni, ma che coltivano una loro immagine della Sicilia, che vedono a distanza e giudicano da letture, da studi, da racconti di genitori e nonni, da mezzi d’informazione scritta, radiofonica, televisiva, on-line. Alcuni di loro conoscono le vicende storiche e l’attualità della Sicilia forse meglio di tanti siciliani residenti”. Ed è proprio “il mare l’elemento forte, preciso, dominante, di notevole impatto e richiamo, della loro visione della Sicilia. Un mare, dunque, la cui immagine accomuna i siciliani in patria e nel mondo. Un mare – continua Randazzo – attraverso il quale – come ben si sa e sarebbe superfluo illustrare ulteriormente – sono pervenuti in Sicilia in ogni epoca tesori di civiltà ed anche di benessere economico. Un mare che continua a portare ancora oggi masse di umanità disperata, di immigrati regolari e clandestini, che fanno i lavori più pesanti e umili che nessun siciliano farebbe più, che fanno un lavoro di manovalanza agricola senza il quale l’economia rurale dell’Isola collasserebbe dall’oggi al domani, e nei cui volti, indipendentemente dal colore, scorgo le stesse espressioni, le stesse sofferenze e speranze, la stessa volontà di sopravvivere e mettere radici, dei nostri corregionali nelle prime dolorose fasi d’insediamento in Australia negli Anni ’50 e ’60. Quindi – conclude – un mare che non deve essere una barriera, una frontiera, ma una via maestra, una porta, un ponte, se vogliamo, con la riva sud del Mediterraneo”.