Baghdad, 23 ott – Il ministro degli Esteri turco Ali Babacan, che oggi si trova in Iraq per un incontro lampo con il suo omonimo Hoshyar Zebari, ha respinto l’offerta di cessate il fuoco avanzata dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Non è possibile un cessate il fuoco con i “terroristi” ha detto Babacan “può essere concordato fra due Paesi o due eserciti, ma non con i terroristi”. La Turchia minaccia incursioni militari in Iraq se la crisi non sarà risolta, ma Babacan ha assicurato oggi che in ogni caso verrà rispettata la sovranità irachena, privilegiando la via diplomatica. Nella conferenza stampa congiunta, Zebari ha promesso che il governo iracheno “aiuterà attivamente la Turchia a superare la minaccia” del Pkk. “Abbiamo una posizione comune nella lotta al terrorismo ovunque sia, non permetteremo a nessun gruppo o partito di avvelenare le nostre relazioni bilaterali”. A Baghdad, il ministro degli Esteri turco vedrà anche il presidente iracheno Jalal Talabani e il primo ministro Nouri al Maliki, mentre si è rifiutato di trattare con le autorità della regione autonoma del Kurdistan iracheno. Da parte sua Massud Barzani, presidente della Regione Autonoma Curda dell’Iraq, in un colloquio con telefonico con il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, si è impegnato a usare la propria influenza per cercare di contenere il Pkk e ha lanciato un appello ai militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan esortandoli a evitare che l’Iraq “si trasformi in un campo di battaglia”. Nel frattempo da Londra, dove si trova il primo ministro turco Erdogan per incontrare il suo omonimo britannico Gordon Brown, giunge la notizia che la Turchia potrebbe imporre sanzioni economiche su alcuni beni che esporta in Iraq. La misura sarebbe dettata dalla volontà turca di spingere il governo iracheno ad agire con più fermezza contro le basi del Pkk nel nord dell’Iraq. La crisi tra il Kurdistan e la Turchia, latente dal giorno in cui gli americani liberarono Baghdad, è precipitata mercoledì scorso quando il Parlamento di Ankara ha dato il via libera a un’eventuale operazione militare in territorio iracheno contro le basi del Pkk, che per tutta risposta domenica ha effettuato un’incursione sul territorio turco, uccidendo 12 soldati e rapendone otto. Le conseguenze di un’eventuale offensiva turca nel nord dell’Iraq creerebbero le condizioni per una catastrofe umanitaria senza precedenti. A lanciare l’allarme l’Onu e le tante organizzazioni non governative impegnate sul campo, che in queste ore si stanno attrezzando per affrontare la possibile emergenza. “Stiamo accumulando scorte e chiediamo alle ong internazionali di mandarci cibo e medicinali per far fronte a un possibile ampio sfollamento nei prossimi giorni”, ha dichiarato Rastgo Muhammad Barsaz, portavoce dell’ong Kurdistan Campaign to Help Victims of War. Già da alcune settimane, numerose famiglie residenti nella parte nord dell’Iraq, al confine con la Turchia, hanno abbandonato le proprie case per cercare rifugio più a sud, nelle città di Sulaimaniyah, Erbil e Kirkuk. Fonti del governo regionale del Kurdistan iracheno parlano di almeno 2500 sfollati, ma il loro numero potrebbe superare le 6mila unità in caso di intensificazione degli scontri armati. Un eventuale conflitto tra i guerriglieri del Pkk e la Turchia chiuderebbe “l’unica via di uscita rimasta”, afferma preoccupata la portavoce per l’Italia dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), Laura Boldrini. “Oggi – ha spiegato – il problema è che nei paesi limitrofi all’Iraq sono in atto forti restrizioni sui visti”. La Boldrini, ricordando che la crisi irachena rappresenta “il più grande spostamento di popolazione in Medio Oriente dal 1948”, ha anche evidenziato che le domande di asilo dei cittadini iracheni nei paesi industrializzati sono in continuo aumento: “di questo passo, a fine anno, arriveremo a 50 mila domande, come ai tempi in cui c’era Saddam Hussein”. Intanto nella “terra di nessuno”, dove tutti sono in guerra contro tutti, le operazioni dell’esercito americano continuano a mietere vittime. Solo ieri sono state uccise 49 persone negli scontri avvenuti nella roccaforte sciita di Sadr City, “49 criminali”, ha precisato il comando Usa. La polizia irachena smentisce e parla di vittime civili, tra loro anche donne e bambini. Quello che è certo è che i combattimenti di ieri, ai quali si è aggiunto anche un raid aereo, sono stati i più feroci degli ultimi mesi, ed hanno esasperato ulteriormente l’opinione pubblica irachena per l’alto prezzo di sangue pagato dai civili nel conflitto. Un bilancio la cui tragica conta è ripresa a salire già all’alba di oggi: sedici civili uccisi e altri quattordici in un villaggio nei pressi di Tikrit, città natale di Saddam Hussein e roccaforte sunnita, in seguito ad un bombardamento di un elicottero americano. Il primo ministro Nuri al Maliki, tra l’incudine degli errori americani e l’incudine delle minacce turche, parla di “incidenti deplorevoli”, con la consapevolezza che aprire l’ennesima inchiesta non servirebbe a soffocare la rabbia degli iracheni. Ma la diplomazia va avanti, o almeno ci prova, e allora tutti invitati ad Istanbul, il prossimo 2 e 3 novembre, per la seconda Conferenza internazionale sull’Iraq. La riunione dei ministri degli Esteri seguirà il modello già sperimentato a Sharm el Sheikh a maggio e vi prenderanno parte i capi della diplomazia dei Paesi vicini all’Iraq, dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia) e degli Stati che fanno parte del G8. Sembra una scelta provocatoria, ma la conferenza, era già fissata da tempo.
(Fam)