Grazie alle vittorie in Puglia e in Campania, da ieri in tutte le regioni del Sud governa il centrosinistra. Otto presidenti su otto sono del Pd o appoggiati dal Pd. Se si aggiunge che è a guida Pd anche il governo nazionale, si ha la sintesi di una situazione politica che non ha precedenti, eccezionale come tutto quello che sta accadendo nel Mezzogiorno. Eccezionale come la crisi economica, che in otto anni ha visto il crollo del settore manifatturiero, con il dimezzamento degli investimenti. Come la caduta dell’occupazione, che nel Sud è stata quattro volte superiore a quella del Centro-Nord. Come la caduta dei consumi, che per le famiglie meridionali è stata due volte maggiore di quella registrato nel resto del Paese. Per non parlare dei servizi: dai trasporti, alla sanità, all’istruzione. Proprio alla vigilia delle regionali, la Rivista economica del mezzogiorno ha pubblicato uno studio da cui risulta che mentre il 26% dei bambini emiliani e il 23% di quelli trentini frequenta gli asili nido, in Campania e Calabria frequentano l’asilo neanche tre bambini su cento. Una delle conseguenze è che in seconda elementare, stando ai test Invalsi, i bambini campani e calabresi registrano in italiano e matematica punteggi nettamente inferiori rispetto ai loro coetanei del nord. Come schiere di economisti e sociologi hanno dimostrato, negli scorsi decenni buona parte della classe dirigente meridionale e del suo ceto politico ha prosperato sulla spesa pubblica. Ora che le risorse pubbliche scarseggiano, lo scenario cambia. Non c’è più un sistema caratterizzato dalla mancanza di alternanza e dal ruolo egemonico di quello che veniva presentato come un partito clientelare di massa. Non c’è più la Dc, ma ci sono otto governatori su otto del Pd. O dimostrano che adesso qualcosa può cambiare, che non si tratta solo di dare un nome nuovo alla politica vecchia o il mito della diversità tramonterà insieme al Sud. (2 giu)