Il target della fondazione intitolata ad Alexander Langer sono – come spiega la home page – “costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Tutte figure di cui si avverte oggi la mancanza. Langer, il politico altoatesino morto vent’anni fa e di cui ieri si è parlato alla Camera, era uno di loro.
Quand’era ragazzo e fu invitato a dichiararsi una volta per sempre italiano o tedesco, altoatesino o sudtirolese, reagì fondando una rivista che si chiamava Die Brücke, il Ponte, e su cui si poteva scrivere indifferentemente nelle due lingue.
Negli anni ’80 fu tra i fondatori dei Verdi europei, che guidò al Parlamento di Strasburgo e che allora erano una forza innovativa e trasversale.
Langer non amava lo scontro ideologico. Aveva fatto il 68 in Lotta Continua, aveva interlocutori e amici a sinistra e nell’area radicale, ma anche tra chi coltivava l’impegno religioso, tra i conservatori e nella destra, in movimenti non presenti nell’albo ufficiale della politica. Dopo la caduta del muro di Berlino fu tra i pochi politici a capire che l’Europa rischiava di essere travolta dai nuovi nazionalismi. Li contrastò con un impegno totale, in particolare sostenendo le forze di conciliazione interetnica nei territori dell’ex-Jugoslavia. Denunciò gli orrori di Sarajevo e si tolse la vita il 3 luglio del 1995, pochi giorni prima che le pulizie etniche sfociassero nel massacro di Srebrenica, il primo genocidio in Europa dopo la seconda guerra mondiale.
A ragazzi di Srebrenica e alla loro associazione che pratica la cultura del dialogo è stato assegnato ieri a Montecitorio il Premio Internazionale intitolato ad Alexander Langer, un visionario che alla politica italiana – così a corto di ideali e di idealisti – avrebbe potuto dare ancora molto. (18 giu)