Comincia a funzionare il rating di legalità, quella sorta di “bollino blu” che l’antitrust assegna agli imprenditori virtuosi e che dovrebbe facilitare l’accesso al credito e garantire altri vantaggi nei rapporti, anche finanziari, con la pubblica amministrazione.
Il numero delle domande di attribuzione del rating – ha detto ieri il garante Giovanni Pitruzzella – è più che raddoppiato, fino a raggiungere un picco molto elevato nei primi cinque mesi di quest’anno, con 605 richieste già pervenute. Ogni mese, oltre cento aziende chiedono dunque di essere valutate sotto il profilo della legalità. Il punteggio attribuito può andare da una a tre stelle in base a una lunga serie di requisiti giuridici che vanno dall’assenza di precedenti penali o tributari alla tracciabilità dei pagamenti. Non tutti sono d’accordo con questa attività dell’antitrust. C’è chi obietta che l’Autorità non ha specifiche competenze nel campo della corruzione e dei reati economici, e che sarebbe preferibile che il rating lo assegnasse l’organismo guidato da Raffaele Cantone. E’ la tesi che sostengono Alberto Pera e Marco Cecchini nel loro saggio – “La rivoluzione incompiuta” – sui 25 anni di antitrust in Italia.
Altre obiezioni sono di segno opposto. C’è chi vorrebbe un maggior attivismo dell’Autorità, chi chiede meno vincoli per l’accesso alla certificazione – che attualmente non può essere richiesta da chi fattura meno di 2 milioni – e chi sollecita una maggior collaborazione da parte delle banche, che sulla carta dovrebbero considerare il rating tra le variabili per praticare condizioni di credito più vantaggiose.
In realtà non è così, tanto che è stato salutato con entusiasmo il fatto che un piccolo istituto, la Banca della Provincia di Macerata, abbia deciso che il cliente dotato del rating di legalità che chiede un prestito ha diritto a una risposta in tempi brevi, all’abbattimento delle spese d’istruttoria e al miglioramento del merito creditizio.
Il rating funzionerà davvero solo quando questi annunci non faranno più notizia. (19 giu)