(26 giugno 2015) “Benvenuti nella repubblica scioperante tedesca”, titolava giorni fa il quotidiano die Welt. “Lavoro malpagato, vita malvissuta”, titola questa mattina lo Spiegel. Mentre la Franfurter Allgemeine scrive che il potere d’acquisto dei salari è destinato a rafforzarsi solo per i dipendenti dell’industria, mentre per tutti gli altri lavoratori, in particolare quelli dei servizi, si annunciano anni difficili.
In queste settimane la Germania è alle prese con la più grande ondata di scioperi degli ultimi decenni: da gennaio sono state già perse 350 mila giornate lavorative, contro le 156 mila dell’anno scorso e le 28 mila del 2010.
Scioperano piloti di aereo, ferrovieri e macchinisti delle metropolitane, postini, maestre d’asilo e baby sitter, infermieri e portantini. E mentre ad Atene i bancomat continuano a erogare denaro, a Berlino per molti giorni sono stati fuori servizio a causa dello sciopero dei corrieri portavalori e dei servizi di vigilanza.
Per ovviare alla protesta dei postini, prima sono stati reclutati portalettere polacchi, poi è stato offerto danaro contante ai “volontari” disposti a lavorare di domenica. Il risultato è che lo sciopero è ormai arrivato alla terza settimana, incoraggiato anche dal fatto che l’azienda ha tolto dalle buste paga 1/23esimo dello stipendio per ogni giorno di astensione dal lavoro, invece del 30esimo previsto dalla legge.
In Germania il tasso di disoccupazione è il più basso d’Europa, il 4,7%, ma l´intero modello – per ammissione degli stessi tedeschi – si basa su una compressione dei salari che viaggia di pari passo con l´aumento della produttivitá e delle esportazioni.
Senza contare che i cosiddetti Mini Jobs, cioè le professioni con uno stipendio massimo di 450 euro al mese esentasse, un contratto molto comune nei settori della ristorazione, del commercio e del turismo, servono a ingentilire le statistiche sull’occupazione, ma non l’esistenza dei sei o sette milioni di interessati.