Ieri sono giunti dall’Istat dati positivi per il mercato italiano del lavoro. In agosto sono stati creati 69mila nuovi impieghi, che portano il progresso annuo a 325mila. Buone notizie anche per il tasso di disoccupazione, che per la prima volta da febbraio 2013 scende sotto il 12%. Per il presidente del Consiglio, Renzi, è l’effetto del Jobs Act. Per il ministro del Lavoro Poletti i dati confermano “che la ripresa è una realtà”. E per il titolare dell’Economia, Padoan, “i miglioramenti sono permanenti perché frutto di scelte strutturali”.
Ma il fatto che i nuovi impieghi siano in maggioranza contratti a termine, e che stia ancora aumentando la disoccupazione giovanile, ormai prossima al 41%, consente alle opposizioni – e in particolare a Renato Brunetta – di obiettare che i dati Istat rappresentano una realtà differente da quella che racconta Renzi.
Autorità indipendenti, in grado di dire se ha ragione il governo o ha ragione Brunetta, non ce ne sono. Resta il fatto che dopo il +0,1 di giugno, il +0,3 di luglio e il +0,3 di agosto è lecito pensare che forse stiamo uscendo dal tunnel.
Se i 325 mila occupati in più nel giro di un anno possano essere attribuiti al Jobs Act, entrato in vigore da qualche mese, è ovviamente materia di dibattito. Renzi ne è certo, i sindacati pensano che a far crescere il numero degli occupati siano stati gli sgravi contributivi previsti dalla legge di stabilità, commentatori critici come Mario Seminerio e altri dicono che in Italia è in atto una ripresa ciclica, che si esprime attraverso il riassorbimento parziale dei cassintegrati e il maggior ricorso al lavoro a termine rispetto a quello stabile. Speriamo che il ciclo duri a lungo. (1 ottobre 2015)