A venticinque anni dalla guerra del Golfo, i Tornado forse ritorneranno a sganciare bombe sull’Iraq. Il Governo ha fatto sapere che questa non è che un’ipotesi da valutare ma di fatto si sta ormai discutendo solo del quando e del come. Probabilmente ci sarà un dibattito parlamentare, seguito da una risoluzione che darà il via libera all’intervento.
Attualmente il contingente aereo italiano – formato da 4 bombardieri, un’aerocisterna e 2 droni – è l’unico tra i 22 della coalizione a non essere autorizzato a colpire i miliziani dell’ISIS e svolge solo compiti di ricognizione. Una limitazione che ricorda quelle poste ai Tornado inviati in Afghanistan nel 2008 e poi autorizzati all’uso delle armi solo nel 2012 dal governo Monti.
Ma la realtà è che in Iraq il contingente italiano è già in guerra da più di un anno. Solo che i suoi aerei si limitano a identificare e localizzare i bersagli, lasciando poi agli alleati il compito di colpirli.
Le ragioni che spingono l’Italia ad accentuare l’impegno militare dovranno essere discusse, si spera, dal Parlamento. Secondo Arturo Varvelli e Stefano Torelli, analisti dell’Ispi, il piano del governo potrebbe essere quello di offrire una presenza attiva in Iraq in cambio di garanzie sul ruolo e sugli interessi italiani in Libia.
Stefano Silvestri, direttore di Affari Internazionali, ricorda che in questi anni l’Italia era andata progressivamente riducendo il suo impegno militare oltremare, passando da un impiego complessivo di circa 10mila uomini ad uno di circa 4mila. Se il pendolo sembra nuovamente oscillare nella direzione opposta, è perché sta diventando urgente recuperare spazi di dialogo e di credibilità con i nostri alleati.
Ma c’è un ampio fronte critico, composto non solo dai pacifisti, il quale dubita che la credibilità si possa conquistare con i bombardamenti.