L’istituto dell’8 per mille presenta una serie di gravi pecche nel meccanismo che lo regola, su cui lo Stato dovrebbe celermente intervenire. Lo afferma la relazione svolta dalla Corte dei Conti secondo la quale vi sono numerosi vulnus nel sistema di attribuzione volontaria di fondi provenienti dal gettito Irpef: per cominciare, lo stesso meccanismo di attribuzione dei fondi, che finisce per avvantaggiare in maniera spropositata i maggiori beneficiari per via della riallocazione delle mancate scelte, anche in conseguenza della scarsa pubblicizzazione del meccanismo stesso; ma si tratterebbe di intervenire, spiega la Corte, anche sull’esponenziale aumento dei fondi a disposizione delle confessioni religiose; sulla scarsa pubblicizzazione delle risorse erogate alle confessioni religiose; sul ricorso da parte delle confessioni alle campagne pubblicitarie; sul rischio di discriminazione nei confronti di confessioni non firmatarie di accordi; sull’assenza di controlli sulla gestione dei fondi; sulla carenza di controlli sulla correttezza delle attribuzioni degli optanti e sull’agire degli intermediari; sullo scarso interesse dello Stato per la quota di propria competenza e sullo scarso controllo sui fondi di competenza statale.
CHIESA FAVORITA. Ricorda la relazione che il contributo dell’8 per mille è obbligatorio per tutti, a prescindere dall’intenzione manifestata; tuttavia, l’allocazione di questa quota del gettito Irpef è determinata da una sola parte dei contribuenti, gli optanti. Infatti, il meccanismo neutralizza la non scelta. In tal modo, ognuno è coinvolto, indipendentemente dalla propria volontà, nel finanziamento delle confessioni, con la conseguenza che il peso effettivo di una singola scelta è inversamente proporzionale al numero di quanti si esprimono e il riparto delle scelte non espresse avvantaggia, soprattutto, i maggiori beneficiari: un effetto moltiplicatore che ha portato, in alcuni anni, quasi a far triplicare le risorse a disposizione delle confessioni, e in particola della Chiesa Cattolica. Il sistema pertanto – conclude la Corte dei Conti – risulta non del tutto rispettoso dei principi di proporzionalità, di volontarietà e di uguaglianza. Per di più, scarsa è l’informazione posta in essere dalle amministrazioni su tale peculiare modalità di attribuzione: i contribuenti possono essere ragionevolmente indotti a ritenere che solo con una scelta esplicita i fondi vengano assegnati.
NIENTE VERIFICHE. Dal punto di vista burocratico, “non esistono verifiche di natura amministrativa sull’utilizzo dei fondi erogati alle confessioni. E’ il caso di osservare che il controllo pubblico sulla destinazione dell’8 per mille, se, da un lato, non comporta – ovviamente – alcun sindacato di merito sulle scelte discrezionali delle confessioni religiose circa l’impiego delle risorse da esse percepite, dall’altro, non può non ricomprendere il riscontro, con modalità, al momento, non compiutamente definite, della coerenza – secondo il generale principio contabile – fra l’utilizzo delle risorse stesse e le finalità previste dalla legge”. Quindi la bacchettata più dura allo Stato: “In violazione dei principi di buon andamento, efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione, lo Stato mostra disinteresse per la quota di propria competenza, cosa che ha determinato, nel corso del tempo, la drastica riduzione dei contribuenti a suo favore, dando l’impressione che l’istituto sia finalizzato – più che a perseguire lo scopo dichiarato – a fare da apparente contrappeso al sistema di finanziamento diretto delle confessioni. Risulta, pertanto, frustrato l’intento di fornire una valida alternativa ai cittadini che, non volendo finanziare una confessione, aspirino, comunque, a destinare una parte dell’imposta sul reddito a finalità sociali ed umanitarie”.
(Sis – 2 nov)