(9 dicembre 2015) Immaginate una piccola banca in cui a 13 consiglieri d’amministrazione e 5 sindaci vecchi e nuovi vengano concessi 198 fidi per un totale di 185 milioni. Immaginate che di questi soldi dati agli amministratori ben 90 finiscano tra i prestiti in sofferenza e di altri 18 si perdano le tracce.
Questa è la situazione che gli ispettori della Banca d’Italia hanno trovato alla Popolare dell’Etruria, l’istituto di Arezzo che in insieme ad altri tre – Banca Marche, Banca Carife e Carichieti – il governo ha salvato in extremis con un decreto.
Ci sono dunque anche avidità, imperizia e giganteschi conflitti di interesse all’origine di quel lento accumulo di prestiti malati che ha condotto i quattro istituti sull’orlo della bancarotta.
Scrive oggi il Sole, confermando le anticipazioni del Fatto Quotidiano, che nel periodo 2013-2014 quando la Popolare dell’Etruria è già nel mirino di Bankitalia, vengono spesi in consulenze ben 15 milioni di euro: incarichi vengono forniti sulla stessa materia a diversi professionisti. Non solo, ma la banca continua a largheggiare nei compensi ai suoi vertici. Negli ultimi 5 anni consiglieri e sindaci incassano oltre 14 milioni di euro, mentre la banca cumula perdite per centinaia di milioni.
Tale e tanto è il disinteresse per l’equilibrio dei conti che solo l’1% dei dipendenti viene impiegato nel recupero crediti. I 19 addetti dovrebbero smaltire 650 pratiche a testa, impresa impossibile.
Costumi non diversi vengono rilevati dagli ispettori a Banca Marche. Anche a Jesi i prestiti vengono deliberati dai vecchi manager in assoluta solitudine e concessi a clienti non meritevoli o agli amici degli amici. A guardar bene, sono loro la vera casta.
