“LA BELLEZZA E IL PECCATO”, PICCOLA SCUOLA DI FILOSOFIA
I ricordi scolastici, a volte poco piacevoli, ci hanno abituato a pensare che la filosofia sia di casa tra volumi polverosi e nei pensieri astratti di studiosi lontani dalla realtà. Nel libro “La bellezza e il peccato. Piccola scuola di filosofia” (Bompiani, pp. 208, euro 12) Maria Bettetini, con piglio divertito e rigore scientifico, riporta finalmente il pensiero filosofico alla dimensione che fin dall’antichità le è propria: un benefico esercizio della mente, utile per affrontare anche i problemi di tutti i giorni. Intrecciando le nostre vite con quelle, spesso molto ordinarie, dei filosofi, ci stupiremo forse nel ritrovare molti dei vizi e delle debolezze che ci contraddistinguono. Ma in questo divertente dialogo a distanza scopriremo anche l’importanza di porre le domande giuste, prima di cercare frettolose risposte. Un invito a scoprire la bellezza con cui la filosofia può colorare le nostre vite, in cui può accadere di sorprendere Aristotele nella cucina di casa, dialogare con Agostino sotto l’ombrellone, e persino incontrare Hegel in coda al supermercato. L’autrice insegna Storia delle Idee ed Estetica all’Università Iulm di Milano, dopo aver insegnato Storia della filosofia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Studiosa di Agostino, ha curato una nuova edizione delle Confessioni (2000). Tra le sue pubblicazioni, Breve storia della bugia. Da Ulisse a Pinocchio (2001), Figure di verità. La finzione nel Medioevo occidentale (2004), Contro le immagini. Le radici dell’iconoclastia (2006) Quattro modi dell’amore (2012). Collabora regolarmente alle pagine culturali del “Sole 24 Ore”.
“IL BREVETTO DEL GECO” DI TIZIANO SCARPA
Si fanno chiamare “Cristiani Sovversivi”. C’è chi li considera dei terroristi, e chi invece pensa che siano un toccasana per il nostro spompato Occidente. Agiscono sullo sfondo, mentre in primo piano si alternano le avventure di due personaggi che hanno molto in comune, anche se non lo sanno ancora. Il primo è Federico Morpio: artista a Milano, ex giovane, si ritrova solo e senza soldi. Ha un dubbio che lo angoscia più dei debiti: è stato escluso dall’ambiente dell’arte perché non aveva gli agganci giusti o non, piuttosto, per la sua mancanza di talento? Lo scoprirà unendosi a un gruppo di ambiziosi sognatori. La seconda è Adele, una giovane donna malinconica. Ha un lavoro da impiegata, vive sola. Una notte incontra un essere domestico e prodigioso: la sua vita ha una svolta, comincia a frequentare persone speciali. Insieme a loro concepisce un piano inaudito. Come i suoi protagonisti, “Il brevetto del geco” di Tiziano Scarpa (Einaudi, pp. 336, euro 20) si getta nella mischia della nostra epoca. Colpi di scena e accelerazioni improvvise si mescolano a incursioni nella natura e nell’arte: il brulicare di creature nelle periferie urbane, le chiese, i musei, le mostre di arte contemporanea. Ma intanto, su ogni dettaglio della vita e della morte vigila un’entità umbratile, che dice misteriosamente di essere “l’Interrotto”. Con una forza narrativa mai prima d’ora così dirompente, Tiziano Scarpa racconta la vocazione come tensione verso l’assoluto, sempre in bilico tra il disastro e la perfezione. Il risultato è un romanzo che prova a immaginare la deriva del nostro mondo e insieme – grazie alla potenza delle parole – ne ridisegna continuamente i confini.
“SCORPION DANCE” DI SHIFRA HORN
“Scorpion Dance” di Shifra Horn (Fazi editore, pp. 274, euro 18,50) racconta la storia di Orion, un ragazzo che ha perso il padre durante la guerra dei Sei Giorni e che viene cresciuto da due donne nel quartiere di Old Katamon: un viaggio di straordinaria intensità tra i suoni, i colori, i profumi e le ferite di Gerusalemme che dall’Olocausto giunge ai giorni nostri. Orion porta sulle spalle il peso di un padre che non ha mai conosciuto, il dolore per l’abbandono della madre che, rimasta vedova troppo giovane, vola in Australia per risposarsi, e soprattutto il ricordo di Johanna, la nonna tedesca che parla un pessimo ebraico e odia la Germania. Quando Orion incontrerà la sua Basherte, una cantante d’opera berlinese con cui vivrà un’appassionata storia d’amore, si troverà a fare i conti con la propria individualità, con il passato del popolo ebraico e con l’ultimo, essenziale, segreto di Johanna. E né Sarah, il pappagallo parlante dai sentimenti umani ereditato dalla nonna, né il glicine giapponese che avvolge con una forza soprannaturale la sua nuova casa, né Falada, il camioncino-biblioteca dotato di volontà propria e senso dell’umorismo, basteranno a salvarlo da un vortice di incertezza, sradicamento e lutto. Come nella danza dello scorpione, questo romanzo – complici un sottile realismo e un lirismo sofisticato – si riavvolge in continui movimenti tra passato e presente, e ci accompagna attraverso la lotta per la sopravvivenza dei tre protagonisti, sempre in bilico tra il desiderio di ricordare e la necessità di dimenticare. Shifra Horn, con lo sguardo di chi è abituato a interrogarsi sulla propria storia, è abilissima nel mescolare l’amore e le relazioni umane a questioni difficili come il tema della memoria e dell’identità.
“PRIMA FAMIGLIA” DI PIETRO VALSECCHI
Frank e Sal Palermo sono i due figli maggiori di una famiglia di emigrati siciliani nella New York dei primi del Novecento. Frank, il più grande, ha ereditato la schiena dritta del padre, vuole lavorare e studiare sodo per diventare un grande uomo di legge ed essere rispettato come un americano vero. Sal è l’esatto contrario, pensa che non sarà mai accettato dagli americani ed è mosso da un’ambizione e un’energia incrollabili, che lo porteranno a diventare il mafioso più potente degli Stati Uniti. Tra loro resterà solo il legame del sangue, mentre la vita e le scelte che compiranno li porteranno a combattersi senza tregua: Frank schierato con la legge, Sal a guida della criminalità organizzata. Prima Famiglia di Pietro Valsecchi (Mondadori, pp. 432, euro 20) è un romanzo avvincente e ricco di colpi di scena, che racconta la lotta senza quartiere di due fratelli alla conquista di un posto al sole nella terra dove tutti i sogni possono realizzarsi. Accanto a loro vivremo le emozionanti vicende degli altri membri della famiglia Palermo, in un paese pieno di pregiudizi verso gli emigranti italiani, dove li aspettano la miseria e le umiliazioni da cui credevano di essere fuggiti. L’autore, dopo gli studi universitari al Dams di Bologna, nel 1977 si trasferisce a Roma, dove muove i primi passi nel mondo dello spettacolo come attore. Dopo pochi anni lascia la recitazione e diventa un produttore cinematografico. Tra i film prodotti per il grande schermo: La condanna di Marco Bellocchio e Un eroe borghese di Michele Placido. Nei primi anni ’90, insieme a Camilla Nesbitt con cui ha fondato la Taodue Film, inizia a ideare e produrre miniserie e serie per la televisione: tra i maggiori successi Ultimo, Distretto di polizia, Ris (Delitti imperfetti), Paolo Borsellino, Karol – Un uomo diventato Papa, Maria Montessori, Il capo dei capi, Squadra Antimafia. Negli ultimi anni è tornato a produrre per il cinema, realizzando, tra gli altri, i film di Checco Zalone.
“CIBO” DI ANDREA SEGRE’
“Voglio un cibo educato. Un solo aggettivo, che non ha bisogno di tante parole di contorno. Così ci riprenderemo il diritto al cibo, e non il suo rovescio. Questo è quanto (basta)”. Andrea Segrè in “Cibo” (Il Mulino) propone un lessico dislessico del cibo, contro tempo e contro corrente. Contro quel mondo variegato di affabulatori, avvelenatori, blogger, commercianti, chef, consulenti, criminali, dietisti, guru, industriali, nutrizionisti, presentatori, professori, ricercatori, ristoratori, sofisticatori, truffatori – solo per elencare le categorie principali, rigorosamente in ordine alfabetico e non di apparizione. In tutta questa confusione la nostra cultura alimentare sembra essere diventata estranea a se stessa: l’uomo non è più ciò che mangia, non sa più cosa mangia e neppure perché. Andrea Segrè insegna Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna.