ALLA SCOPERTA DI BERLINO CAPITALE
Da quando è tornata ad essere la capitale della Germania Berlino gode di un’aura straordinaria e intrigante. Da centro della Guerra fredda è diventata una metropoli al confine tra le due Europe, a metà strada tra Londra e Mosca. Nel contempo è ormai una delle città più visitate al mondo. “Berlino capitale. Storie e luoghi di una città europea” è il titolo del saggio di Beda Romano e Sergio Romano, pubblicato dalla casa editrice Il Mulino. Fra le capitali europee Berlino è una delle più giovani e forse quella maggiormente condizionata dalle sorti politico-militari del proprio paese, con il suo ciclo di sconfitte e di rinascite. Dopo la disfatta del grande impero guglielmino nella prima guerra mondiale, la città seppe rigenerarsi nella Repubblica di Weimar diventando un centro fra i più effervescenti sul piano artistico e culturale. Ridotta a cupo campo di battaglia negli ultimi giorni di Hitler, fu ricostruita mattone su mattone. Le Berlino ricostruite in realtà furono due, divise tra le repubbliche dell’Est e dell’Ovest, e rispecchiarono fisicamente, oltre a due ideologie, aspetti diversi del carattere nazionale. Oggi, nella Germania riunificata, l’identità di Berlino, forte e dinamica, è fatta di storia e apertura al futuro. Beda Romano giornalista e scrittore, è stato per molti anni corrispondente del “Sole-24 Ore” dalla Germania, oggi da Bruxelles. Ha pubblicato per Longanesi “Germania, questa sconosciuta” (2006), “Misto Europa. Immigrati e nuove società” (2008); per il Mulino il libro-conversazione con T. Padoa-Schioppa “La veduta corta” (2009); per Sellerio “Il ragazzo di Erfurt” (2014). Sergio Romano storico, saggista e diplomatico, ha insegnato in varie università sia in Italia sia all’estero. È editorialista del Corriere della Sera. Fra i suoi numerosi libri ricordiamo, per Longanesi, “La chiesa contro” (con B. Romano, 2012), “Morire di democrazia” (2013), “Il declino dell’impero americano” (2014), “In lode della guerra fredda” (2015).
“I PESCATORI” DI CHIGOZIE OBIOMA
Nigeria, 1996. Quattro fratelli maschi, in scala, dai quindici ai nove anni. Un padre severo trasferito in una città lontana dalla banca per cui lavora. Una madre presa dai due bambini più piccoli e dal suo banco al mercato. Per Ikenna, Boja, Obe e Ben tutto questo vuol dire libertà. La libertà di andare al fiume, pericoloso e proibito, a farsi pescatori di pesci e di occasioni; la libertà di sfidarsi, litigare, misurare i propri limiti. È proprio al fiume che incontrano il pazzo Abulu, un mendicante noto per i suoi vaneggiamenti ridicoli quanto terribili. Ed è su Ikenna, il maggiore, che si abbatte la profezia di Abulu, annunciando un destino spaventoso per tutta la famiglia. I fratelli impareranno presto che quando il male invade la vita è come un fiume grande che ti porta via. Opporsi è inutile; si può solo cercare di raccontare la propria storia con onestà, come fa Ben dando voce anche a chi non c’è più. Il fato, l’infanzia che se ne va, la famiglia: sono i temi dell’esordio di Chigozie Obioma, “I pescatori” (Bompiani, traduzione di Beatrice Masini) un romanzo di formazione sospeso tra il mito e l’epica, ma anche concreto e sporco come un gioco nel fango, una storia su ciò che si perde e ciò che del passato resta per sempre con noi. Chigozie Obioma è nato in Nigeria e vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura e scrittura creativa all’Università del Nebraska-Lincoln. I pescatori, il suo romanzo d’esordio, è stato finalista al Man Booker Prize 2015 e ha raccolto consensi ovunque; venduto in venti Paesi, è già stato pubblicato in Inghilterra, Canada, Germania, Australia.
“‘80. L’INIZIO DELLA BARBARIE” DI PAOLO MORANDO
Troppo vicini per essere già storia. Sarà per questo che l’eredità italiana degli amati/odiati anni Ottanta stenta a trovare narratori. Paolo Morando in “’80. L’inizio della barbarie” (Laterza) ripercorre attraverso un racconto-reportage il decennio più ambiguo: vitale e al contempo feroce. “Italians do it better”: sono le parole d’ordine lanciate da una maglietta indossata da Madonna, mentre Paolo Rossi diventa il simbolo di un’Italia che vuole lasciarsi per sempre alle spalle stragi e terrorismo. Sono gli Ottanta: gli anni dell’edonismo, dell’arricchimento, quando eravamo un Paese invidiato da mezzo mondo. Gli adolescenti di allora ricordano quegli anni con nostalgia: Nikka Costa, Maradona, Goldrake, gli Europe di The Final Countdown, il tormentone Gioca Jouer, il Cacao Meravigliao di Arbore, Il tempo delle mele, il Ciao della Piaggio, il succo di frutta Billy, il piccoletto de Il mio amico Arnold, i Puffi, il Tom Cruise di Top Gun. Eppure, a guardar meglio, è il decennio delle mode effimere e classiste, dell’imbarbarimento della politica e della convivenza civile. Di baby pensioni. E debito pubblico al galoppo. Nella Milano da bere ci si spranga per rubarsi Timberland e Moncler, divise d’obbligo dei giovani paninari che alle ideologie preferiscono “cuccare”. Paolo Morando, giornalista, vive e lavora a Trento dove è vicecaporedattore del “Trentino”, quotidiano del Gruppo Espresso. Ha contribuito al volume collettaneo “Uscire dalla Seconda Repubblica – Una scuola democratica per superare il trentennio di crisi della politica” (a cura di Mario Castagna, Carocci 2010). Già docente di giornalismo all’Università di Verona, ha scritto per il trimestrale del Mulino “Problemi dell’informazione” e per la rivista specializzata “Link – Idee per la televisione” di Rti-Mediaset”.
“LA GUARDIA, IL POETA E L’INVESTIGATORE” DI JUNG-MYUNG LEE
In un campo di prigionia giapponese durante la seconda guerra mondiale si può morire per amore dell’arte e della letteratura. Un omicidio, una intricata cospirazione, due guardie, un giovane poeta e i suoi versi clandestini. “La guardia, il poeta e l’investigatore” di Jung-myung Lee (traduzione dal coreano di Benedetta Merlini) viene proposto da Sellerio in edizione italiana. Nel 1944 la Corea è sotto l’occupazione giapponese, e nella prigione di Fukuoka non si permette ai detenuti coreani di usare la propria lingua. Un uomo, una guardia carceraria, viene trovato brutalmente assassinato, e un giovane collega dall’animo sensibile e letterario viene incaricato di condurre l’indagine e trovare il colpevole. La vittima era temuta e odiata per la sua brutalità, ma quando l’improvvisato investigatore avvia la sua inchiesta interrogando custodi e detenuti, ricostruendo poco a poco i movimenti degli ultimi mesi, un diverso e sorprendente scenario si impone alla sua attenzione. Dall’inchiesta sull’uomo emerge il passato di un povero analfabeta orfano dei genitori, il faticoso riscatto attraverso il lavoro, la carriera nella prigione, la scoperta di una passione inaspettata, il ruolo di “censore” con l’incarico di controllare la corrispondenza in entrata e in uscita dal carcere. E soprattutto il legame con un detenuto particolare, un famoso poeta coreano, autore di scritti sovversivi. E proprio attorno al poeta ruota l’intera vicenda: nel corso dei suoi interrogatori il giovane si trova a parlare sempre di più con il prigioniero e, come prima di lui la guardia assassinata, a immergersi in un dialogo fatto di letteratura, d’arte, di libertà. Si scopre a desiderare la bellezza dei suoi versi clandestini, a subire il potere eccitante e al tempo stesso rasserenante della parola poetica. Calibrando suspense e ricostruzione storica, dolore e dolcezza, il romanzo dipinge un universo di contrasti: le condizioni dei detenuti obbligati ad abolire il proprio nome, la costante violenza fisica e psicologica alla quale sono sottomessi, il raggio di luce dei poemi del poeta realmente esistito Yun Dong-ju le cui parole diventano merce di contrabbando, balsamo di speranza, sfida provocatoria e coraggiosa alla crudeltà degli esseri umani. Jung-myung Lee ha studiato letteratura coreana e dopo la laurea ha lavorato come giornalista. Il suo esordio del 2006, il romanzo “The Deep-Rooted” Tree, ha aperto una nuova stagione della narrativa coreana contemporanea, ed è stato trasposto nel 2011 in una serie televisiva. Sono seguiti altri quattro romanzi, che lo hanno reso uno degli autori più rispettati e popolari della Corea del Sud. “La guardia, il poeta e l’investigatore” ha venduto oltre un milione di copie ed è stato tradotto in numerosi paesi.
“PONZIO PILATO” DI ALDO SCHIAVONE
“Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria”: la vicenda del prefetto romano di Giudea raccontata da Aldo Schiavone in un grande libro di storia, pubblicato da Einaudi. Da duemila anni Pilato è una figura di intersezione fra la memoria e la storia, come Romolo o Giovanna d’Arco. Con la stessa felicità di scrittura e la stessa capacità di parlare a un pubblico ampio dimostrata in “Spartaco”, Schiavone costruisce qui un magistrale ritratto del prefetto di Giudea ripercorrendo gli eventi che portarono alla morte di Gesù, culmine della narrazione cristiana e punto di contatto fra ricordo evangelico e storia imperiale. Con appassionato rigore, e in serrato dialogo con le fonti, Schiavone non si prefigge alcun intento teologico o politico, ma solo quello di risolvere un enigma, descrivendo e spiegando quel che potrebbe essere accaduto”. Aldo Schiavone insegna a Firenze, dove dirige il Dipartimento di storia del diritto. Tra i suoi ultimi lavori “La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno” (1996). Per Einaudi ha diretto la “Storia di Roma” e ha scritto “Italiani senza Italia” (1998), “I conti del comunismo” (1999), “Ius” (2005), “Storia e destino” (2007), “Diritto privato romano” (2010), “Spartaco” (2011), “Pensare l’Italia”, con Ernesto Galli della Loggia, (2011) e “Ponzio Pilato” (2016).