(1 febbraio 2016) Chi dice Pixelpancho dice uno tra gli street artists italiani più conosciuti e apprezzati al mondo. I numeri parlano chiaro: oltre 100.000 i followers su Instagram. Torinese di origini, spagnolo di formazione, cittadino del mondo per passione, oltre ad aver partecipato ad alcuni dei principali festival di street art, Pixelpancho ha esposto nelle più prestigiose gallerie d’arte internazionali – in Europa, Stati Uniti e Centro America ( tra cui la Hoerle – Guggenheim di New York e Stolen Space di Londra). E ora fa tappa nella Capitale. E’ sua la mostra dal titolo “Androidèi” che sarà ospitata dal 19 febbraio al 3 aprile dalla Galleria Varsi di Roma (via di San Salvatore in Campo 51). Inserita dal New York Times nella guida “36 Hours in Rome”, la Galleria Varsi è tra le più giovani realtà che producono street culture nella capitale. Nata nel 2013, continua a rivolgere il suo sguardo alla scena underground, accogliendo i migliori artisti del momento. Nelle opere dello street artist – che vive tra l’Italia e l’estero portando in giro il suo modo di fare murales, ormai apprezzato ovunque – i Robot e gli dèi si incontrano per fondersi in un’unica entità soprannaturale. L’uomo è protagonista senza mai comparire in carne ed ossa, la sua pelle sensibile diviene ferro, il suo animo ingranaggio. “Il corpo umano è interessante da un punto di vista anatomico – ha dichiarato Pixelpancho in un’intervista – il modo in cui funziona è veramente affascinante e ispira tutti i miei disegni”. Spiegare i fenomeni della natura e il ciclo della vita è una necessità intrinseca degli esseri umani che da millenni creano e si appellano a creature supreme per cercare risposte e certezze. Queste creature si evolvono con il passare dei secoli, in relazione alle esigenze legate alle culture che le producono. È in questo senso che l’uomo proietta sui robot il suo desiderio di perfezione e immortalità. “I robot non muoiono – spiega l’artista – sono ciò che rimane una volta che ce ne saremo andati”. I robot sono i nuovi dèi. (red)