“Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario del voto alle donne. Quella data, quel 2 giugno del ’46, costituì uno spartiacque, c’è un prima e un dopo. Prima, secondo la dottrina fascista, le donne erano solo mogli e madri; poi divennero soggetto sociale e politico. Le storie delle donne che ci hanno portato al voto meritano di essere raccontate perché tra di loro ci sono dei profili di grande forza, coraggio, determinazione e lungimiranza. Esempi per noi e anche per le nostre figlie. Mi auguro che in occasione del settantesimo anniversario queste donne possano essere ricordate dai mezzi di informazione così come anche auspicato nella mozione approvata oggi qui alla Camera”. Lo dice la presidente della Camera Laura Boldrini nel suo saluto al seminario ‘Genere femminile e media l’informazione sulle donne può cambiare’, aggiungendo che “è importante che le donne e le questioni che le riguardano vengano raccontate, rappresentate nella loro completezza. E in quest’ottica il linguaggio gioca un ruolo fondamentale, non è solo una questione di forma: declinare al femminile significa riconoscere la sostanza, riconoscere la storia delle donne e tutte le tappe raggiunte verso l’eguaglianza. Perché la società cambia e con essa anche il linguaggio si evolve. Dieci anni fa ad esempio non dicevamo ‘cliccare’ o ‘postare’, oggi è di uso corrente”.
DECLINARE AL FEMMINILE – Citando le ‘Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana’, che Alma Sabatini scrisse come componente della Commissione governativa di parità tra uomo e donna, la Boldrini continua: “30 anni dopo siamo ancora qui a chiederci perché sia tanto difficile dire la ministra o l’ingegnera? Mentre non ho mai visto sollevare alcun problema quando si tratta di dire contadina, maestra, cameriera. Sento dire spesso che alcune parole declinate al femminile sono cacofoniche, brutte insomma. Ma è innegabile che una cosa è brutta solo perché non siamo abituati, va ad interrompere un’abitudine, un atteggiamento culturale”. (PO / Sis – 8 mar)