(22 marzo 2016) Vivendi, azionista di riferimento francese, esercita i propri diritti e cambia i vertici di Telecom Italia. La stessa cosa era accaduta la settimana scorsa, quando Philippe Donnet, un manager della stessa scuderia francese, era stato nominato amministratore delegato delle Generali.
Negli ultimi due anni, c’è stata una vera e propria ondata di acquisti di azioni di grandi aziende italiane da parte di investitori e concorrenti stranieri.
E’ finito in Francia, per due miliardi, il controllo di Loro Piana, impresa tessile del biellese, principale produttrice mondiale di tessuti a base di fibre nobili. Qualche tempo prima avevano preso la via di Parigi anche marchi come Bulgari, Fendi e Bottega Veneta.
Nel 2014 la famiglia Merloni esce dalla scena degli elettrodomestici cedendo ai soci americani la maggioranza della Indesit. Nel 2015 il gruppo indiano Mahindra acquista la maggioranza di Pininfarina, il colosso chimico statale cinese ChemChina assume il controllo di Pirelli e la tedesca Heidelberg Zement quello di Italcementi. il quinto produttore di cemento al mondo.
Tra le quasi 500 aziende che negli ultimi anni sono state acquisite da holding straniere ci sono la Peroni, finita in Giappone via Sud Africa e Belgio; l’Editrice Giochi, che si è trasferita in Canada insieme al Risiko e allo Scarabeo, i gelati Grom passati alla multinazionale olandese Unilever; i Duty Free di Benetton, venduti agli svizzeri. E’ finito in Cina il marchio Krizia ma anche lo storico palazzo Broggi di piazza Cordusio a Milano. E’ diventata americana Poltrona Frau, sono diventati turchi i cioccolatini Pernigotti, è di un oligarca russo il marchio Gancia e sono affidate agli Emirati Arabi Uniti le sorti di Alitalia.
Poche, invece, le aziende italiane che – come Fiat, De Agostini, Ferrero, Lavazza, Luxottica e Prada – sono state capaci di espandersi all’estero. Nel bilancio della globalizzazione, il saldo per l’Italia resta negativo.