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“La lotta con il Leviatano” in Europa secondo Lamberts

it@withub.it by it@withub.it
25 Marzo 2016
in Archivio speciali - Libri
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La difesa contro l’onnipotenza dello Stato, simboleggiata dal Leviathan di Thomas Hobbes, ha avuto un impatto importante sulla formazione politica della società europea. Una strategia “liberale” prevedeva uno statuto giuridico protettivo per i singoli cittadini. Una strategia “sociale” cercava di rafforzare il tessuto sociale come contrappeso al potere dello Stato. Le due tendenze si sono intrecciate gradualmente nel Novecento. Il volume “La lotta con il Leviatano. Percorsi di un ordine politico conservatore in Europa (1815-1965)” di Emiel Lamberts (Rubbettino) dedica particolare attenzione alla difesa sociale che era stata organizzata da ambienti conservatori e religiosi contro l’onnipotenza dello stato. È costruito intorno all’affascinante biografia del diplomatico austriaco Gustav von Blome (1829-1906), nipote di Metternich e “un bel tipo d’europeo”, secondo la definizione di Alcide De Gasperi. Blome ha realizzato un collegamento tra il conservatorismo e la Democrazia cristiana, che ha avuto un peso notevole sull’integrazione europea. Basandosi sulla biografia di Blome, il libro dà un affresco ampio della politica internazionale e della conformazione dello Stato moderno. Inoltre dedica molta attenzione alla posizione politica e sociale della Chiesa cattolica nell’epoca contemporanea.

“PAROLA” DI LUCA SERIANNI

La parola per eccellenza, quella che dà il nome a tutto ed è un dono. Un vocabolo affascinante dai numerosissimi significati. Li esplora il piccolo libro di Luca Serianni “Parola” (Il Mulino) in un racconto che va dalla parola di Cristo alla parola d’onore, dalle parole alte della poesia e della letteratura a quelle “basse”, le parolacce, che sempre più passano dal parlato quotidiano alla pagina a stampa. E poi ancora le parole inventate come il sarchiapone, quelle ormai “ingiallite” come buonalana, o quelle nuovissime che si usano forse troppo come selfie. Luca Serianni insegna Storia della lingua italiana alla Sapienza – Università di Roma. È autore di una nota “Grammatica italiana” (Utet, 1989). Con il Mulino ha pubblicato anche “Italiani scritti” (20122) e “Storia dell’italiano nell’Ottocento” (2013).

PIAZZESE IMMAGINA NIELS BOHR A PALERMO

Cosa ci fa per le strade di Palermo un fisico di fama mondiale, precoce vincitore, a soli trentasette anni, del premio Nobel? Nell’immaginazione scanzonata e poetica di Santo Piazzese nel libro “Il viaggio segreto di Niels Bohr a Palermo” (Sellerio) il suo è un soggiorno verosimile, una fuga da qualcosa, forse da se stesso, e Palermo è la meta più adeguata per scomparire e lasciarsi andare, al pensiero e alla memoria. La più adatta per un esilio da tutto. Il narratore, un apprendista avvocato che ha lasciato la Fisica per gli studi giuridici, torna nel passato a quella strana apparizione, un maturo signore scandinavo che aveva polemizzato con Albert Einstein, sostenendo che Dio non solo gioca a dadi ma che persino bara. Uno scienziato di genio, un grande appassionato di western, che ora è lì, seduto a mangiare un pezzo duro della gelateria Ilardo, oppure a bere una birra ghiacciata. E la sua sola presenza crea un enigma che va oltre la materia e la fabbrica della realtà, oltre i quanti o gli elettroni, e scruta nelle ragioni del dolore e del rimpianto, nel mistero delle emozioni, nella ragione ineffabile delle cose umane. Santo Piazzese, biologo, è nato a Palermo, dove vive e lavora. Con Sellerio ha pubblicato “I delitti di via Medina-Sidonia” (1996), “La doppia vita di M. Laurent” (1998) e “Il soffio della valanga” (2002), tutti raccolti anche nel volume della collana Galleria “Trilogia di Palermo” (2009), e “Blues di mezz’autunno” (2013).

“SE AVESSERO” DI VITTORIO SERMONTI

Una mattina di maggio del 1945 tre (o quattro) partigiani si presentano col mitra sullo stomaco in un villino zona Fiera di Milano alla caccia d’un ufficiale della Repubblica Sociale (o forse di tre): lo scovano, segue un ampio scambio di vedute, e se ne vanno. Da questo aneddoto domestico, sincronizzato bene o male ai grandi eventi della Storia, si dipanano settant’anni di ricordi di un fratello quindicenne, confusi ma puntigliosi, affidati come sono agli “intermittenti soprusi della memoria”: il nero-sangue e il gelo della guerra, la triste farsa di sognarsi eroe, poi il “passaggio dalla parte del nemico” (iscrizione al Pci), e poi ancora un titubante far parte per se stesso; e il rapporto di reciproca protezione con il padre fascista; e la famiglia “feudale” della strana mamma; ma anche una collana di amori malriposti, le letture, il teatro, la musica, il calcio, gli amici. Testa e cuore però non fanno che tornare a quella mattina di maggio, a quell’ipotesi sospesa, a quell’eccidio mancato. Così, nel tentativo di fare i conti con i propri fantasmi, Vittorio Sermonti in “Se avessero” (Garzanti) ci regala un libro sconcertante, tracciato nella forma di una lunga canzone d’amore per un tu che ha smascherato molti di quei fantasmi del “narrator narrato”, e gli dà ancora la voglia di vivere: un libro che è anche la cronaca minuziosa di un Paese e di un interminabile dopoguerra, e, spesso mimando pensieri, lessico e voce d’un ragazzino d’antan, ci fa riflettere sulla tragica e ridicola ricerca di noi stessi che ci affligge giorno per giorno, uno per uno: “non contiamo niente, perché ognuno conta purtroppo tutto”. Vittorio Sermonti è nato a Roma nel 1929, sesto di sette fratelli. Da bambino, vedeva circolare in casa dei nonni e degli zii materni, a loro legati da vari gradi di parentela, Vittorio Emanuele Orlando (suo padrino di nascita), Luigi Pirandello, Alberto Beneduce, Enrico Cuccia. Freelance ostinatissimo, nelle vesti più disparate — narratore, saggista, traduttore, regista di radio e tv, giornalista, docente di Italiano-Latino al liceo Tasso di Roma (1965-1967), e di tecnica del verso teatrale all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica (1973-1974), consulente Cee (1985-1988), poeta e lettore di poesia — l’autore si occupa da sempre dell’energia vocale latente nei testi letterari; insomma, del rapporto fra la scrittura e la voce. Tra il 1987 e il 1992 ha registrato per Rai3 l’intera Commedia introdotta da cento racconti critici sotto il titolo “La Commedia di Dante”, raccontata e letta da lui; tra il 1995 e il 1997 ne ha replicato la lettura, ampliando le introduzioni, nella basilica di San Francesco a Ravenna, davanti a migliaia di persone. Fra l’autunno 2009 e la primavera 2010 ha registrato la versione definitiva dei cento commenti-racconto e delle cento letture della Commedia di Dante, dei dodici libri dell’Eneide e di 14 “racconti verdiani”. “Se avessero” è il suo primo romanzo.

“MAMMIFERI ITALIANI” DI RAFFAELLA DE SANTIS

Trenta racconti paradossali a definire l’italianità, a sfatare i sacri valori italici perché, come scriveva Ortega y Gasset, il carattere nazionale, come ogni cosa umana, non è un dono innato, ma una costruzione. Un viaggio nello spazio e nel tempo in cui l’attualità si mescola alla storia, la vita vera alla letteratura. “Mammiferi italiani. Storie di vizi, virtù e luoghi comuni” di Raffaella De Santis (Laterza) è un libro di storie sui nostri tic, sui cliché che ci portiamo dietro, sulle nostre paure e passioni. Protagonisti di queste storie sono individui anonimi e personaggi illustri, scrittori, artisti, intellettuali. C’è una signorina che nel dopoguerra partecipa a una seduta spiritica per trovare marito e c’è la baronessa di Carini, che nella Sicilia del XVI secolo viene uccisa perché trovata a letto col suo amante. C’è il latin lover di provincia che mostra il petto villoso e c’è Melville che cammina per le strade di Roma fiaccato dall’aria malsana della capitale. C’è la ricca donna americana che spende tutti i suoi beni per venire in Italia a imparare il belcanto e c’è Goethe che si commuove ascoltando i gondolieri cantare lungo i canali di Venezia. Un album di bozzetti su pregi e difetti di vari esemplari di “mammiferi italiani”, sinceri e bugiardi, geni e truffatori, allegri o pessimisti. Sappiamo essere anarchici e nazionalisti, cattolici e miscredenti, ingenui e machiavellici, senza che una narrazione sia più vera dell’altra. Raffaella De Santis, nata a Rieti, vive e lavora a Roma. È giornalista e scrive sulle pagine culturali della Repubblica. Nel 2011 ha pubblicato “Le parole disabitate” (Aragno), raccolta di saggi narrativi sulle parole dimenticate della nostra lingua.

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