Saro Trovato, il fondatore di Libreriamo, la community sulla cultura più influente d’Italia, lancia un appello alle famiglie italiane in occasione della “Giornata mondiale del libro”, evidenziando quanto il ruolo del genitore sia fondamentale nell’educazione alla lettura dei propri figli: “Se i ragazzi leggono poco, la colpa è soprattutto dei genitori che devono essere i primi a dare il buon esempio”. “Perché non regalare un bel libro al posto dello smartphone?”. In occasione della “Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore”, giunta alla sua ventesima edizione, Saro Trovato, sociologo e fondatore di Libreriamo, la community sulla cultura più influente d’Italia, rimarca l’importanza del libro come strumento di crescita culturale del Paese, evidenziando quanto il ruolo del genitore sia fondamentale anche per l’educazione culturale dei propri figli: “La crescita dell’Italia e della sua gente passa da una maggiore abitudine alla lettura dei libri che devono essere venduti al pari degli smartphone – afferma Saro Trovato, fondatore della community Libreriamo -, considerando soprattutto il loro forte valore sociale. I genitori hanno un ruolo fondamentale in questo contesto, perché sono i primi che devono trasmettere ai propri figli i valori essenziali delle vita. Libreriamo nasce da una convinzione: i libri sono patrimonio dell’umanità e come tali vanno diffusi. Vogliamo liberare il libro dalle catene che lo tengono legato solo a una parte di lettori, rendendolo così disponibile alla massa. Si tratta di un vero e proprio movimento culturale che crede nel libro come strumento di crescita della cultura di una nazione e per questo vuole portarlo tra la gente”. “Siamo convinti che in uno Stato dove non si legge ci sia poco senso civico, rispetto del prossimo e del pubblico in generale – continua Saro Trovato -. Libreriamo vuole essere un ponte di collegamento tra scrittori, case editrici, critici letterari e tutti i lettori, senza barriere né limitazioni classiste. Leggendo di più, si combatte il qualunquismo e il degrado, stimolando una crescita personale ed economica del Paese. Tutto ciò può avvenire soprattutto grazie al lancio costante di iniziative e campagne sociali dedicate al mondo della lettura. E questo lo riscontriamo dalla crescita costante che la nostra community sta mantenendo nel tempo. È importante agire cercando di stimolare e di sensibilizzare la gente, affinché ci sia maggiore attenzione alla cura, alla salvaguardia e alla valorizzazione di tutto ciò che abbiamo di bello. Ci sembra una missione da compiere, un fine per cui poter investire le nostre energie tutti i giorni”.
“IL PRINCIPIO DELLA CAREZZA”, FIABA E TRAGEDIA DI PERRONI
Una donna, un uomo, una città deserta, una finestra che separa mondi e unisce solitudini. Con questi semplici elementi, Sergio Claudio Perroni costruisce una storia che racchiude fiaba e tragedia, come la vita. Lei, scrittrice disincantata, e lui, lavavetri sognatore, non potrebbero essere più diversi, ma hanno due cose in comune: un passato da rimarginare, un presente che intreccia amarezza e amore. “Il principio della carezza” (Casa editrice: La Nave di Teseo , 104 pagine, 15 euro) è la storia del loro incontro, dunque del loro destino. Sergio Claudio Perroni vive e lavora a Taormina. Ha pubblicato Non muore nessuno (Bompiani, 2007), Raccapriccio – mostri e scelleratezze della stampa italiana (Aliberti, 2007), Leonilde, storia eccezionale di una donna normale (Bompiani, 2010), Nel ventre (Bompiani, 2013), Renuntio Vobis (Bompiani, 2015).
PINO TRIPODI È “PER SEMPRE PARTIGIANO”
Agosto 1946. L’insurrezione partigiana di Santa Libera, tra Langhe e Monferrato, è l’ultimo tentativo di fare lo sgambetto alla storia prima che l’Italia si infili definitivamente nel suo tunnel democristiano. Una vicenda a torto ritenuta minore viene diseppellita nel libro di Pino Tripodi “Per sempre partigiano. L’insurrezione di Santa Libera” (248 pagine, Derive&Approdi) con un linguaggio che immerge il lettore nella vera vita, non in quella che evapora nei fumi della retorica dell’antifascismo canonico La narrazione mette a nudo passioni, idee, sentimenti, esistenze che somigliano a quelle di tante pagine sbranate in altri spazi e in altri tempi della storia. Ci porta su quelle tracce di passato ancora capaci di parlare al presente.
LA PRIMA GUERRA MONDIALE VISTA DA BARNETT
Correlli Douglas Barnett, nel suo nuovo libro “I Generali delle sciabole. I protagonisti della Prima guerra” ci illustra l’importanza dei caratteri individuali dei comandanti supremi delle parti contendenti durante la Prima guerra mondiale. A cominciare da Moltke, che paralizzando i nodi ferroviari più vitali della Francia stava per cogliere la vittoria, ma non ebbe la forza di continuare perché malato e sensibile agli orrori della guerra. Mentre i tedeschi segnavano il passo, il loro comandante era ormai un vecchio piangente e la battaglia della Marna venne vinta senza difficoltà dai francesi. Per proseguire con l’ammiraglio Jellicoe, comandante in capo della flotta inglese, criticato per un’eccessiva prudenza, ma che in verità era fin troppo conscio dell’inferiorità tecnica britannica nei confronti delle navi avversarie più numerose e più moderne. Senza dimenticare il brillante e coraggioso Beatty, che aggredì il nemico allo Jutland e venne sconfitto duramente. Pétain: ecco un altro tecnocrate che vide subito come le forze al suo comando difettassero di organizzazione, equipaggiamento e addestramento. Quando salvò l’esercito francese dalla catastrofe durante gli ammutinamenti del 1917, Pétain introdusse quelle idee moderne di tecnologia e organizzazione di massa che erano del tutto nuove all’esercito e alla Francia stessa, schiavi degli ideali e dei metodi del secolo scorso. Ed ecco infine Ludendorff, che personifica le doti della Germania moderna con inesauribile energia, ambizione quasi maniacale, dominio assoluto dell’organizzazione di massa, sposate tuttavia a una completa ingenuità politica. Un quadro affascinante e suggestivo della Grande guerra vissuto non sui campi di battaglia, ma all’interno dei quartier generali delle potenze in gioco.
RONCONI, UN GRANDE MAESTRO NEGLI ANNI DEI GURU
Un regista seduttore e sfuggente: un capo carismatico in mezzo alle paure del teatro che non sa cosa possa essere, ancora. Italo Moscati dedica il libro “Un grande maestro negli anni dei guru”, edito da Ediesse, a Luca Ronconi, il grande regista di teatro scomparso nel 2015 dopo una vita intensa, senza soste, sulle scene italiane e del mondo. Nonostante l’attenzione generale che Ronconi ha suscitato, il suo «caso» è da spiegare. Ronconi assomiglia solo a se stesso. L’attività che ha svolto è la profonda, affascinante dimostrazione della vitalità di un suo «teatro enciclopedico», innamorato della conoscenza, senza esclusioni né di epoche né di autori; in cui si avverte una elegante e potente intenzione illuministica, contro il passato, contro le tradizioni, tuttavia mai tradite, anzi prese molto sul serio, reinventate. Ronconi ha guardato alle idee e alle forme delle avanguardie di ogni paese e di ogni tendenza. Per fare luce sulla realtà del teatro con centinaia di rappresentazioni, esperienze, laboratori. Ha cercato la contemporaneità in modo concreto, non subendola ma per rifarla, scoprirla, svelarla. Insieme ai suoi attori e collaboratori, alle compagnie, in gruppi compatti e determinati. Oltre che regista, è stato un maestro, ha coinvolto i giovani, anche come docente all’Accademia d’Arte Drammatica prima e, per 18 anni, alla Scuola di Teatro del Piccolo, che oggi porta il suo nome; ed è rimasto, dopo Luigi Squarzina e Giorgio Strehler, con pochi altri, il solo a rifiutare la fine del teatro e ad avere desiderio di raccontarla, trovando spunti e strade che sono andate oltre le proposte provocatorie e geniali di Carmelo Bene. Ronconi rappresenta non un lavoro ma i necessari lavori che sono in corso.