(4 maggio 2016) Come la moda, come l’agroalimentare di qualità, anche il biotech può essere considerato a tutti gli effetti un’eccellenza made in Italy. Lo dimostrano i numeri (le 199 aziende biotech che operano nel Paese investono oltre 500 milioni in ricerca e sviluppo occupando circa 4.000 addetti) e lo sostiene con forza Eugenio Aringhieri, appena riconfermato alla guida del Gruppo Biotecnologie di Farmindustria per il terzo mandato: “L’export del nostro settore farmaceutico – spiega – oggi a livello produttivo è secondo solo alla Germania e un quinto della ricerca clinica europea viene fatta nel nostro Paese. Crediamo di poter diventare un vero e proprio hub della ricerca europea e quella di cui stiamo parlando è una ricerca soprattutto biotech”. Parlando degli obiettivi del suo terzo mandato, Aringhieri sottolinea che il valore sta nella “continuità: da tempo Farmindustria riconosce nella ricerca innovativa in generale e in quella biotecnologica in particolare degli elementi strategici: da una parte per cercare le risposte di salute ancora aperte per i pazienti (dall’oncologia alle malattie rare, dai vaccini alle malattie autoimmuni); dall’altra perché possono rappresentare una leva essenziale per un Paese che ha l’obbligo di giocare una partita in un settore ad alta complessità, con l’ambizione di poter occupare le posizioni di vertice in Europa e nel mondo”. Per far questo, “Farmindustria si mette in gioco per la costruzione di una squadra che vede la comunità scientifica da una parte e le istituzioni dall’altra, collegando i puntini tra i diversi stakeholder”. “Un impegno – continua Aringhieri – che perseguiamo con il supporto di tutte le aziende: la ricerca biotecnologica è soprattutto fatta dalle aziende farmaceutiche che si passano il testimone con le aziende puramente biotech, startup che impiegano le loro competenze nella parte iniziale dello sviluppo. Oggi il biotech non è più un settore, ma rappresenta una modalità con la quale l’industria farmaceutica ha accolto le nuove sfide”. Ricordando l’eccellenza della nostra comunità scientifica (“Per pubblicazioni e per citazioni delle pubblicazioni siamo ai vertici nel mondo, in alcuni settori come quello delle malattie rare siamo sul podio”) il presidente del Gruppo Biotecnologie di Farmindustria sottolinea che “dal punto di vista industriale i numeri confermano che c’è un’industria che ha voglia di scommettere: noi investiamo in ricerca e sviluppo quattro volte di più rispetto a quanto investono gli altri settori merceologici. C’è volontà di investire nel Paese, in un settore ad alto rischio perché soltanto una su diecimila delle molecole che iniziano il percorso di sviluppo poi si trasformano in un prodotto”. Ma in questo gioco di squadra è altrettanto cruciale il ruolo delle istituzioni: “Investire nella ricerca innovativa rappresenta un obbligo per un Paese che punta a un approccio universalistico in cui il paziente sia al centro; inoltre, attraverso lo sviluppo di competenze in sistemi ad alta complessità, cresce la competitività del Paese. La strada è ancora lunga e i problemi ci sono, ma vedo da tutte le parti una convergenza che può rafforzare il biotech come settore di punta del made in Italy”. Secondo Aringhieri, membro del Board Internazionale di Ebe – European Biopharmaceutical Enterprises, “l’estero è molto importante, perché ormai la regia di questi macrotemi è sovranazionale: uno degli obiettivi di questo mandato sarà quello di potenziare il dialogo tra Europa e Paese: Farmindustria sta lavorando per avere una presenza più strutturata a Bruxelles”. (Roc)