Oggi è il grande giorno, non solo per per la Gran Bretagna, ma per l’Europa intera. Il Regno Unito va al voto per decidere se rimanere nell’Unione Europea oppure sbattere la porta e andare via, con conseguenze poco pronosticabili sia per se stesso che per la stabilità della stessa unione. Nell’isola il clima è teso e neanche l’omicidio della deputata pro-Ue Joe Cox per mano di un folle ha fatto virare decisamente le sorti del referendum da una parte o dall’altra, magari sull’onda dell’emotività. David Cameron, il premier britannico che prima ha indetto il voto sulla Brexit e che ora, dopo aver rinegoziato i termini con la Commissione, spinge per la vittoria del ‘Remain’, ieri ha provato a indirizzare l’elettorato in extremis: “Rischiamo di isolarci se vince il Leave, Il Regno Unito sarà più sicuro, più forte e migliore se rimarrà nell’Europa, anche per le generazioni future, anche se la Ue non è perfetta e ha bisogno di riforme”. Parte della battaglia con l’Ukip di Nigel Farage, che spinge per il no alla Ue, si gioca sull’immigrazione, “un tema che va approcciato con grande attenzione” spiega Cameron. Dal canto suo, Farage si è rivolto così ai sostenitori del ‘Leave’: “Votate con il vostro cuore, con la vostra anima e con l’orgoglio per questo paese e la sua gente, faremo di domani il nostro Independence Day”. E’ l’Europa? A parole non sembra spaventata dalla probabile perdita di unità e di credibilità che potrebbe scaturire dallo staccarsi dell’Isola. Tanto che per il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker quello di oggi è un “take it or leave it” un passaggio senza ritorno: o dentro o fuori: “Voglio dire agli elettori britannici che non ci sarà nessun altro tipo di negoziato, Cameron ha ottenuto il massimo di quello che poteva avere e noi abbiamo concesso il massimo che potevamo dare”. (Sis – 23 giu)