II presidio dei militari italiani alla diga irachena di Mosul, a tutela dei lavoratori italiani della ditta “Trevi” di Cesena, è fuori dalla linea del fuoco. “E un grande impegno sul fronte della sicurezza a causa dell’obiettivo strategico rappresentato dalla città simbolo dell’Isis. Ma i nostri uomini non dovrebbero correre seri rischi di attacchi strutturati e complessi” afferma il generale di corpo d’armata Marco Bertolini, fino a poco tempo fa alla guida delle missioni italiane all’estero, in una intervista a La Stampa. “La diga – spiega – si trova ad oltre 30 chilometri da Mosul, in un’area relativamente tranquilla, sotto il controllo dei Peshmerga curdi. Il problema prioritario dell’Isis, d’altronde, è quello di mantenere l’egemonia a Mosul che è il vessillo, il simbolo del potere terroristico. Difficilmente quindi i soldati del Califfo si allungheranno fino alla diga”. Tuttavia “non possiamo certo escludere a priori che possano verificarsi episodi singoli e sporadici come l’esplosione di un razzo o un colpo di artiglieria. Ma non ritengo plausibili azioni complesse, organizzate e sistematiche contro i nostri soldati”. Sottolinea inoltre che le squadre del Personnel Recovery, ovvero gli elicotteristi della Brigata Friuli schierati a Erbil, “svolgono un compito certamente delicato, in quanto dovranno intervenire qualora sarà necessario soccorrere i feriti della coalizione anti-Isis e portarli fuori dalla zona dei combattimenti, o assistere plotoni in difficoltà. Ma, nonostante Erbil sia vicina alla linea di contatto, è una zona sicura grazie anche all’influenza curda”. Il generale si dice inoltre “preoccupato” per “l’atteggiamento degli Stati Uniti d’America. La loro politica militare – spiega – è incentrata su dichiarazioni di guerra annunciate troppo spesso e troppo a sproposito. E’ un grave errore strategico avvertire il nemico sulle proprie intenzioni. La mia sensazione è che gli Usa vogliano più che altro controbilanciare l’attivismo di Putin in Siria. Sono stati spiazzati dall’intervento russo su Aleppo e quindi ora sembrano voler recuperare in immagine. Ma è più una questione di propaganda politica che di strategia di battaglia. Gli americani stanno ripetendo ora lo stesso errore che hanno commesso per Sirte: tanti proclami, tante dichiarazioni di guerra, ma alla fine Sirte è ancora lì”. (Red – 19 ott)