Dal caos delle jam session di Berlino nasce il raffinato world groove tra Rosa Gerhards (UK), Pietro Fornara (IT) e Dominick Gray (US) degli Alright Gandhi, in tour in Italia in questi giorni. In un’intervista ci spiegano meglio il loro sound.
Un’inglese, un italiano e un americano. Come siete arrivati a Berlino e come vi siete conosciuti?
«Rosa è venuta dopo il suo bachelor ad Amsterdam, Dom vi si è rifatto una vita professionale oltreoceano, Pietro ci è rimasto dopo l’Erasmus. Pietro e Rosa si sono conosciuti tra i fumi delle jam-session del Keller, una cantina piuttosto hip. Pietro e Dom sono stati per breve tempo la sezione ritmica del cantautore irlandese Simon Fagan. Tutti insieme ci si è visti in studio di registrazione».
Come definite il vostro sound e come ci siete arrivati?
«È un po’ come la gag: “Come ti chiami?” – “Di solito mi chiamano gli altri”. Siamo curiosi di vedere come la gente ci definisce, dove vola la loro immaginazione verbale. A noi basta la musica. Siamo arrivati al nostro sound un po’ essendo noi stessi e integrando le tre personalità – molto forti – un po’ cercando di superare quelle che ci apparivano limitazioni in stile, gusto e tecnica, personali e non».
In che modo nascono i vostri brani?
«Solitamente Rosa arriva con una “skeleton song”: linea di basso, melodia irresistibile e testi da far girar la testa. Dom arriva con un groove eccezionale e Pietro ci fa un del sound painting centrato su contrappunto, armonia e textures. Poi si shuffla un po’ la struttura, si inseriscono/tolgono sezioni, e si mette alla prova il tutto dal vivo. Tutto molto in fretta».
Qualche mese fa avete pubblicato il vostro primo LP. È stata la prima esperienza di un album intero per voi tre? Avevate già lavorato a un full album in progetti precedenti? Che esperienza è stata, a prescindere da quelle passate?
«Tutti avevamo registrato qua e là per conto nostro e per progetti di amici, anche per LP talvolta. Questo è il primo in cui gli unici compromessi che dovevamo fare erano con noi stessi e col produttore, Kalle Enkelmann. È stata un’esperienza lunga e faticosa, con molto “disfa e rifai”; nel frattempo Rosa lavorava di giorno, Dom doveva fare altri concerti per pagare l’affitto e Pietro faceva i turni di notte. È stata una grande soddisfazione avere il prodotto finito. È stato sorprendente vedere il numero di outtake, ce ne sono troppe anche per un secondo LP ora».
Che percorso musicale personale avete fatto?
«Rosa canta folksongs da sola e in coro praticamente da quando è nata. Poesia e pittura sono le altre passioni che coltiva da sempre mentre il basso lo suona da due anni. Per un po’ ha suonato con i Beatfoxes, in duo con Matthias Stärker, beatboxer di fama. Il padre di Dom è batterista come lui. Dom ha frequentato una scuola di musica e multimedia e suonato con innumerevoli gruppi tra cui i Phantasmagoria, principalmente in Ohio. Pietro è autodidatta, era molto attivo come bassista nella Jam scene di Neukölln, si è fatto un’esperienza musicale nel sud del Senegal e ha suonato la chitarra nella prima live techno band italiana, Raum149».
Quali sono i vostri prossimi impegni dal vivo? Che progetti avete in cantiere ora?
«I prossimi impegni dal vivo, oltre a questo tour italiano per cui siamo molto eccitati, saranno un tour svizzero a gennaio e forse un tour giapponese in aprile. Incrociamo le dita!».
Tre dischi fondamentali per ciascuno di voi?
Rosa: « “Choose Your Weapon” di Hiatus Kayote, “Blood Rushing” di Josephine Foster e “Very Necessary” di Salt’n’pepa».
Dom: « “One Vision” dei Queen, “It Takes Two” di Rob Base & DJ Eazy Rock e “Three Little Birds” di Bob Marley».
Pietro: « “The Song Remains the Same” dei Led Zeppelin, “The Power to Believe” dei King Crimson e “Prophetiae Sybillarum” di Orlando di Lasso».
(Foto di Annemette Katarina Kaersgaard)