Buenos Aires, 1 feb – “Momenti di difficoltà – prosegue – durante la spedizione ci sono stati: una gastroenterite che mi ha fortemente debilitato all’inizio. La crisi di male di montagna mi hanno fatto pensare più di una volta che non ce l’avrei fatta e, infine, la grande fatica nel salire. L’aria che si fa sempre più rarefatta, i muscoli che rispondono sempre meno, il respiro che si fa superficiale e veloce, il cuore in gola e i passi sempre più lenti per risparmiare le ultime energie nascoste chissà dove. La salita diventa un filmato e noi attori sembriamo personaggi lunari: il capo chino, la bocca aperta e una surreale marcia al rallentatore nel silenzio di tanti penitenti… Un passo breve poi un altro ogni quattro-cinque secondi e poi la sosta e poi riprendi di nuovo. Alla fine del Traverso e poi sulla Canaleta lo sforzo era enorme, mai provato prima. D’altronde, non ero mai andato oltre le vette delle Alpi, Monte Rosa, Cervino, Gran Paradiso etc. e, comunque, non oltre i 4.500 metri. Qui era diverso: ero oltre i seimila metri e a contatto con un ambiente estremo a me completamente sconosciuto. Sicuramente il pensiero di quello che stavo facendo mi ha dato la spinta per arrivare in vetta, il pensiero dei tanti abruzzesi emigrati nel mondo, il pensiero dei tanti sforzi compiuti dai nostri corregionali per un futuro migliore, il pensiero della Bandiera d’Abruzzo che avevo nello zaino. Ecco, tutti questi pensieri sono stati la grande spinta la grande energia che mi ha portato in cima. Grazie a tutti gli abruzzesi del mondo e grazie al buon Dio che ha voluto benedire questa spedizione dandoci un tempo clemente”.
(Sis)