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Bologna: i 90 anni di Wolfango

it@withub.it by it@withub.it
25 Novembre 2016
in Archivio speciali - Mostre
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La mostra “Wolfango. Le quattro stagioni. Concerto per frutta e verdura”, a Palazzo d’Accursio, a Bologna, fino all’8 gennaio, celebra i 90 anni del pittore bolognese. Fino ad oggi solamente tre importanti opere di Wolfango sono pressoché quotidianamente visibili in città da chi ama la sua pittura. Si tratta de “Il cassetto” del 1976-77, situato nella Sala Stampa “Luca Savonuzzi” del Comune di Bologna in Palazzo d’Accursio; della grande tela “Resurgo” del 1978, posta nell’ingresso laterale della chiesa di San Giovanni in Monte; ed infine de “La cassetta dei rifiuti” del 1968, visibile al sommo dell’Aula Absidale in Santa Lucia. Con questa mostra vengono alla luce altri suoi importanti dipinti: quattro grandi pastelli su tavola che alludono al tema classico delle Quattro Stagioni, realizzati nel 1993. Il tema, che ricorre di frequente in tutta la pittura, specie di età barocca, è qui affrontato in modo del tutto insolito. Non compaiono infatti figure (che Wolfango non ha mai dipinto) ma il ritmo delle stagioni è felicemente rappresentato dalla frutta, dai fiori e dalle verdure tipiche di ciascuna stagione. La mostra è curata dalla figlia, Alighiera Peretti Poggi, e realizzata in collaborazione con Bologna Musei.

(red)

 

MERANO: IL TEATRO DI FRIDA PARMEGGIANI

Fino all’8 gennaio Merano celebra Frida Parmeggiani, una delle più importanti e famose costumiste teatrali, di origini meranesi, in occasione del suo 70.mo compleanno. La mostra, dal titolo “Figurazioni tessili”, seconda tappa di un percorso che ha già toccato il Mozarteum di Salisburgo, si divide in quattro sezioni ospitate rispettivamente da Merano Arte e dal Palais Mamming Museum. Disegnatrice di costumi tra le più apprezzate a livello mondiale, nel corso della sua quarantennale carriera, Frida Parmeggiani ha collaborato con registi del calibro di Rainer Werner Fassbinder, Samuel Beckett e Andrè Heller, allestendo già nel 1978 la rappresentazione della Lohengrin di Wagner per proseguire, nel 1987 con tutte le quattro parti del ciclo operistico wagneriano presso i Bayreuther Festspiele. Per i Salzburger Festspiele ha creato dei costumi fantastici e indimenticabili, come quelli per le rappresentazioni di Herzog Blaubarts Burg, Pelléas et Mélisande, Mitridate e La morte di Danton. Frida Parmeggiani ha inoltre lavorato con artisti quali Lou Reed, David Byrne e Tom Waits. Dal 1987 Parmeggiani ha realizzato i propri costumi, quasi esclusivamente per gli allestimenti teatrali del maestro americano Robert Wilson. La collaborazione tra i due ha condotto a una serie di rappresentazioni memorabili ad Amburgo, Zurigo, Salisburgo, Parigi, Madrid e New York, apportando nuovi parametri all’interno del mondo internazionale dell’Opera e del Teatro, sia in ambito costumistico che nell’uso delle luci. Il percorso espositivo allestito a Merano Arte presenta alcune nuove creazioni, composte da 13 figure singole, delle vere e proprie sculture tessili, attraverso le quali si analizzerà il rapporto di tensione tra natura, spazio, volume e tessuti. Per la prima volta, Frida Parmeggiani ha potuto lavorare senza rapportarsi con attori o confrontarsi con sceneggiature, trovandosi libera di esprimere, in modo statico e scultoreo, il proprio linguaggio formale minimalista.  

(PO / red)

 

 

MILANO, LA MAGIA DEI TAPPETI GITANI

A Milano, allo spazio Nonostante Marras, si inaugura la mostra Zitanpixel di Stephan Hamel che, fino al 9 gennaio, espone una serie di tappeti gitani sui quali Hamel – consulente di design di fama internazionale – ha fatto degli interventi rendendoli pezzi unici. I tappeti in mostra, che raccontano la storia delle popolazioni nomade, realizzati a mano in lana di pecora tra gli anni Venti e gli anni Settanta del ‘900, secondo antichi processi di lavorazione artigianali, con motivi decorativi prevalentemente geometrici, hanno significati tradizionali di derivazione animistica, sciamanica, totemica e talismanica, mantenendo le differenze che sussistono da clan a clan, e da popolo a popolo. Questi tappeti testimoniano una lunghissima tradizione passata di generazione in generazione nelle culture dei Rom, Sinti, Kale e Romanichals, che dall’India, attorno all’XI secolo, mossero verso il Vecchio continente per giungere in tutta Europa nei secoli successivi. La “casa”, per le popolazioni gitane, è qualunque posto in cui si decida di fermarsi e i loro tappeti sono quindi metafora di libertà e tradizione.

(red)

 

CLEVELAND, TAPPETI D’ARTISTA

 

 Il “tappeto d’artista” è una forma d’arte che ha una lunga e distinta storia, da artisti come Raffaello e Peter Paul Rubens, a Picasso, Fernand Léger e Joan Mirò. La mostra “Wall to Wall: Carpets by Artists”, fino all’8 gennaio al MOCA Cleveland della città statunitense, al contrario delle esposizioni che esaminano i tappeti d’artista attraverso una visione etnografica separata dal mondo dell’arte, propone l’idea che i tappeti d’artista funzionino come una continuazione della moderna storia dell’arte, come forma critica che sta trovando sempre più usi e applicazioni. Tra gli artisti in mostra figurano anche importanti autori italiani: Stefano Arienti, Alighiero Boetti, Maurizio Cattelan e Flavio Favelli. Iniziando con il progenitore Alighiero Boetti, uno dei primi artisti contemporanei a usare le tradizioni artigiane nei contesti etnici stranieri come forma di ready made, Wall to Wall esplora artisti il cui lavoro nei tappeti si inserisce o fa il ponte tra tradizioni e storie dall’est all’ovest, come Faig Ahmed e Ken Lum. Un catalogo che riunisce circa 70 immagini di tappeti realizzati da artisti è pubblicato da Verlag Walter Konig, con saggi di Germano Celant, Cornelia Lauf e Ken Lum.

(red)

SIENA: SOLDATI-FOTOGRAFI DELLA GRANDE GUERRA  

La mostra “Fotografi in trincea. La Grande guerra negli occhi dei soldati senesi”, fino al 15 gennaio al Complesso Museale Santa Maria della Scala, presenta 100 fotografie amatoriali, riprodotte in grande formato, scattate da soldati senesi appassionati di fotografia durante i 41 mesi di conflitto e provenienti dagli archivi personali degli eredi di 36 combattenti – dal boscaiolo al futuro generale, passando per tutti i gradi della scala sociale – dei quali sette morirono in combattimento. La Grande Guerra – prima grande catastrofe del XX secolo – rivive nella documentazione fotografica, per la massima parte inedita, custodita dagli eredi dei 36 giovani uomini di Siena e della sua provincia. Risultano assenti nelle immagini le crudeltà della guerra combattuta; ben presenti, invece, gli effetti dei combattimenti e dei devastanti bombardamenti di artiglieria, con i feriti, i corpi insepolti e le distruzioni arrecate all’ambiente e ai centri urbani. La guerra rivive anche nei brani tratti dai diari, lettere, cartoline e memorie conservate da ufficiali e soldati. Ampliano la prospettiva dell’esposizione 15 dipinti di Giulio Aristide Sartorio – facenti parte dell’ampia collezione del ministero degli Affari Esteri – realizzati tra il settembre 1917 e il giugno 1918 sulla base di scatti fotografici e di rapidi schizzi colti dall’autore sulla linea del fronte.  

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