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La Juve per Mughini
è sempre
una Gran Signora

it@withub.it by it@withub.it
3 Febbraio 2017
in Archivio speciali - Libri
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LA JUVE PER MUGHINI E’ “SEMPRE UNA GRAN SIGNORA”

“Nell’agosto 2016 la Juve è giunta a un momento apicale della sua storia ultracentenaria, quella di un brand italiano che dura e primeggia dagli ultimissimi anni dell’Ottocento e dunque è entrato nel terzo secolo della sua storia. Dio, quant’è giovane la Vecchia Signora. E quando parlo di un brand, ossia di uno stemma iconico ed elettrizzante, mi riferisco a qualcosa che è molto più di un marchio puramente ‘sportivo’, e bensì a qualcosa che attiene profondamente alla vita, all’immaginazione, alle fantasie e alle attese quotidiane di tantissimi di noi. Ma in tutta lealtà che cosa sarebbero state tante tantissime domeniche e serate e ore della vita di milioni di italiani, se a un certo punto della giornata non avessero preso a scorrazzare sul campo gli uomini con la maglia bianconera, gli uomini di tutte le speranze e di tutte le vittorie dai primi anni Trenta fino alla settimana scorsa? Sto esagerando?”. In “Sempre una gran Signora” (Mondadori) Giampiero Mughini parla d’amore, quello per la Juventus. Un amore viscerale, totale, immune agli alti e bassi connaturati alle imprese sportive, cantato dal tifoso bianconero più sbilanciato e pugnace del mondo dello spettacolo. Nel libro Mughini enumera le infinite ragioni e le sfaccettature emotive della sua travolgente passione con quello stile letterario che gli è valso la professione prima di giornalista poi di opinionista. È un canto di passione e di giubilo, di sofferenza e di piacere, espresso con il giusto lirismo che si conviene agli eroi – da Boniperti a Marotta, da Platini a Marchisio, Buffon e Higuaín – e ai vincitori di mille battaglie: tutti coloro che abbiano vestito anche solo per un istante la maglia a strisce bianche e nere. Giampiero Mughini (Catania, 1941), scrittore e giornalista, ha lavorato per “il manifesto”, “Paese Sera”, “L’Europeo” e “Panorama”, di cui è tuttora corrispondente. Fra i suoi libri: Compagni, addio (Mondadori 1987), Dizionario sentimentale (Rizzoli 1992), La ragazza dai capelli di rame (Rizzoli 1993), Il grande disordine (Mondadori 1998), Un secolo d’amore (Mondadori 1999), L’invenzione del ‘900 (Vallecchi 2001), La mia generazione (Mondadori 2002), Un sogno chiamato Juventus (Mondadori 2003), Che belle le ragazze di via Margutta (Mondadori 2004), Un disastro chiamato Seconda Repubblica (Mondadori 2005), E la donna creò l’uomo (Mondadori 2006), Sex Revolution (Mondadori 2007), Juve (Mondadori 2008), La collezione (Einaudi 2009).

 

 

 

IN “VASCO, FABRIZIO E I BEATLES” UN CAPITOLO DEDICATO AL FESTIVAL

“Sento il bisogno di giustificarmi perché la mia generazione è responsabile che esista ancora il Festival di Sanremo”. Inizia così il capitolo dedicato a Sanremo contenuto in “Vasco, Fabrizio e i Beatles spiegati a mio figlio” (Arcana), il libro di Marcello Giannotti e Paolo Giordano in cui un padre dialoga con un figlio sulla musica pop, uno dei massimi esempi di incomunicabilità intergenerazionale. Nel capitolo sul Festival, il padre si assume le responsabilità di non aver contribuito a sancire la fine di Sanremo. “Sono quelli della mia età che portano il peso sulle spalle di questa responsabilità. La mia generazione è stata l’unica che aveva davvero in mano la possibilità di decretarne la fine –si legge nel libro- Nei primi anni Settanta il Festival aveva perso interesse. E alla nostra generazione, a quelli che erano teenager negli anni ’70 ma anche quelli che avevano 20 o 30 anni, del Festival di Sanremo non gliene importava proprio niente”. Invece il Festival negli anni Ottanta risorse: “E noi, poveri idioti, ci cascammo in pieno. E ci sembrò simpatico, divertente, persino intelligente, riunirci in casa con gli amici a guardare insieme le serate del Festival. Siamo noi i responsabili, perché noi avremmo potuto cambiare le cose e non lo abbiamo fatto”. Il capitolo conclude però con un lungo elenco dei motivi per i quali il Festival è comunque importante tra cui l’aver visto “gente salire su quel palco emozionata, sudata, nervosa, con le lacrime agli occhi, le mani tremanti, senza voce e con la certezza che si sarebbe giocata la carriera in un minuto”.  Gli altri capitoli del libro sono dedicati a personaggi come Vasco Rossi, Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Francesco De Gregori, Edoardo Bennato, i Beatles e a fenomeni come il Beat, il 33 giri, la discomusic.

 

 

ILVA FOOTBALL CLUB TRA I FINALISTI “PRESÌDI DEL LIBRO”

“Ilva Football Club” di Fulvio Colucci e Lorenzo D’Alò è entrato nella rosa dei trentacinque finalisti della prima edizione del Premio Presìdi del libro, competizione letteraria che premia i migliori libri di autori italiani pubblicati tra settembre 2015 e settembre 2016. A scegliere i candidati sono stati i lettori di circa sessanta comuni pugliesi attraverso i gruppi dei presìdi di tutta la Puglia. Il presìdio di Castellaneta ha proposto il libro dei due giornalisti tarantini edito da Kurumuny apprezzandone particolarmente l’ottica innovativa, come si legge nelle motivazioni: “utilizzare la memoria e i ricordi sportivi degli abitanti del rione Tamburi per descrivere il cambiamento e le trasformazioni di prospettiva riguardo al mostro industriale è certamente idea nuova”. Sabato 4 e domenica 5 marzo si potrà votare il “Libro dell’anno” in alcune librerie, biblioteche e scuole della regione elencate sul sito www.presidi.org. Proseguono in tutta Italia le presentazioni del romanzo. Appena rientrato da Noale (ve) e Savona, Fulvio Colucci sarà ospite il 9 febbraio a Ginosa (Ba) e il 10 a Bari, libreria Quintiliano mentre il 16 febbraio è la volta della libreria Lettera 22 di Mesagne (Br). Il 20 febbraio invece, l’autore farà tappa a Napoli nella libreria nata dal basso “Io ci sto”. Sono in programmazione altre date per il prossimo mese a Milano e Roma. “Ilva Football Club è un racconto nel quale tre storie parlano del passato, del presente, del futuro, intrecciandosi. È la Spoon River dei campi di calcio in terra battuta sui quali si è scritto un pezzo della disastrosa parabola industriale del Mezzogiorno, attraverso la lente del calcio giocato in un quartiere-simbolo. Un giornalista sportivo nato al quartiere Tamburi di Taranto, dopo il sequestro dell’Ilva da parte della magistratura per disastro ambientale, decide di riannodare i fili del passato. Sente di doverlo al padre, morto di cancro, a quella generazione di calciatori di cui lui stesso fece parte negli anni ’70 e ’80 scomparsa a causa dell’inquinamento, alla storia della sua città, stretta dalla crudele morsa dell’acciaio che le impedisce di costruire memoria e futuro. Col pretesto di cercare, con vana consapevolezza, la “maglia grigia”, da lui indossata durante un torneo e che tanto somigliava al colore del siderurgico, si trasforma, così, in un viaggiatore nel tempo, raccogliendo anzitutto la sua testimonianza e poi quella di un commerciante diventato memoria storica del football di quartiere e di un ex allenatore delle formazioni amatoriali.

 

 

LUCIANO CANFORA, “LA SCHIAVITÙ DEL CAPITALE”

Campeggiano sulla scena del mondo due diverse utopie, tra loro molto distanti ma entrambe in difficoltà: l’utopia della fratellanza e l’utopia dell’egoismo. Proprio come l’Idra, il mostro mitologico le cui teste, mozzate da Ercole, avevano il potere di rinascere raddoppiandosi, il capitalismo, un tempo solo occidentale oggi planetario, ricompare sulla scena del mondo riproponendo nuove e più sofisticate forme di schiavitù. Ma se è vero che dai grandi conflitti del ’900 il capitalismo è uscito vincitore trionfando su ogni rivoluzione, è altrettanto vero che £l’uguaglianza è una necessità che si ripresenta continuamente, come la fame”. Nella trama della storia qual è il posto di questo anelito, proprio delle religioni di salvezza e del comunismo moderno? Analizza il problema Luciano Canfora in “La schiavitù del capitale” (Il Mulino). Canfora, professore emerito dell’Università di Bari, dirige la rivista “Quaderni di storia” e collabora al Corriere della Sera. Fra i suoi libri più recenti: “Augusto figlio di Dio” (2015), “La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone” (2016), “Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio” (2016), tutti pubblicati con Laterza; per il Mulino “Disegnare il futuro con intelligenza antica” (curato con U. Cardinale, 2013) e “Gli antichi ci riguardano” (2014).

 

 

“FELICITA’ D’ITALIA” SECONDO PIERO BEVILACQUA

Che cosa sono le felicità d’Italia? La musica, il cibo, la biodiversità agricola, il paesaggio, la tradizione artistica e culturale. Ovvero tutto ciò che rende il nostro Paese e i suoi costumi speciali agli occhi degli stranieri che vengono a visitarlo o di quelli che ne apprezzano e adottano lo stile di vita. Ma perché queste ‘felicità’ hanno avuto origine proprio qui? Come mai la Penisola possiede una eredità tanto ricca e varia di questi tesori? Carlo Cattaneo sosteneva che la cultura e la felicità dei popoli non dipendano tanto dai mutamenti della ‘superficie politica’ quanto dall’influsso di alcune ‘istituzioni’ che agiscono inosservate nel fondo delle società. Sono creazioni del popolo (norme consuetudinarie, strutture organizzative, tradizioni culturali) che sono state elaborate dal basso e che contano più delle scelte dei governi per il progresso dell’umanità. “Felicità d’Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo” dello storico Piero Bevilacqua (Laterza) racconta la storia di quattro di queste ‘felicità’: l’alimentazione, dipendente dall’originalità storica e geografica dell’agricoltura italiana; le città, con il loro patrimonio di bellezza, che per secoli hanno costituito la forma più alta di organizzazione della vita sociale; la musica e la canzone napoletana, esempi della creazione di un immaginario poetico da parte di un popolo; la tradizione cooperativa, che ha dato un’impronta di egualitarismo sociale e di avanzato civismo.

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