Con circa 170 opere, tutte provenienti dalla collezione dell’Herakleidon Museum di Atene, fino al 5 marzo si tiene a Palazzo Chiablese di Torino una grande retrospettiva dedicata a Toulouse-Lautrec, l’aristocratico bohémien considerato il più grande creatore di manifesti e stampe tra il XIX e XX Secolo. La mostra “Toulouse Lautrec. La Belle Époque” illustra l’arte eccentrica e la ricercata poetica anticonformista e provocatoria – tra le più innovative tra Ottocento e Novecento – di uno degli artisti oggi più apprezzati e ammirati; un’anima da “artista tormentato” fin dall’infanzia e non adeguatamente “riconosciuto”, seppur pervaso da un fortissimo slancio ottimista e dalla consapevolezza della bellezza della vita. Una bellezza semplice, dai contorni volutamente sfumati e da vivere in momenti dissoluti, dai colori forti e spregiudicati e priva di abbellimenti, nei disegni come nelle tinte. Nessuno, dopo di lui, è stato in grado di rendere così “perfetto” il volto dell’imperfezione. È questo il suo stile. In mostra litografie a colori , manifesti pubblicitari, disegni a matita e a penna, grafiche promozionali e illustrazioni per giornali diventati emblema di un’epoca indissolubilmente legata alle immagini dell’aristocratico visconte e bohémien degli artisti e degli spettacoli che divenne uno degli illustratori e disegnatori più richiesti della Parigi degli anni d’oro del Moulin Rouge.
FIRENZE: LA RISCOPERTA DI GIOVANNI DAL PONTE
Si tiene fino al 12 marzo, presso la Galleria dell’Accademia di Firenze, la prima mostra dedicata a Giovanni dal Ponte (1385-1437), protagonista dell’Umanesimo tardogotico, che viene a colmare una carenza di studi su questa forte personalità artistica del primo Quattrocento, che occupò un ruolo non marginale negli sviluppi della pittura fiorentina del primo Rinascimento. La mostra documenta anche il lavoro di Giovanni dal Ponte come frescante: intorno al 1430 dipinse gli affreschi per la Cappella di San Pietro nella chiesa di Santa Trinità a Firenze, andati in buona parte perduti, e tra il settembre 1434 e l’ottobre dell’anno seguente affrescò le Storie di san Bartolomeo nella Cappella Scali della stessa chiesa. Il 19 novembre 1437 Giovanni di Marco dettò il suo testamento, da cui emerge una notevole agiatezza economica, e dovette morire poco tempo dopo.
VENEZIA: TANCREDI E PEGGY GUGGENHEIM
“Tancredi è il miglior pittore italiano, dai Futuristi in poi. Nel suo periodo migliore, ai tempi in cui io lo proteggevo, dal 1952 al 1957, i suoi quadri avevano una qualità magica”: così scriveva la collezionista americana Peggy Guggenheim di uno gli interpreti più originali e intensi della scena artistica italiana della seconda metà del ‘900: Tancredi Parmeggiani. A lui la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dedica, fino al 13 marzo, la mostra “La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba. Tancredi. Una retrospettiva”, con oltre novanta opere che celebrano il grande ritorno a Venezia del pittore feltrino, unico artista, dopo Jackson Pollock, con il quale la mecenate americana strinse un contratto, promuovendone l’opera, facendola conoscere ai grandi musei d’oltreoceano e organizzando alcune mostre, come quella del 1954 proprio a Palazzo Venier dei Leoni. Dalla ricerca prettamente astratta del primo periodo alla produzione artistica degli anni ’60, momento di crisi e di completa revisione della propria pittura, a cui l’artista vuole dare un senso esistenziale e politico. Ed è così che la vena della polemica e della tensione di quegli anni di guerra fredda emergono nel titolo della mostra “La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba”, frase con cui Tancredi risponde agli innumerevoli conflitti dell’epoca.
CUNEO: NEL MONDO DI “FUTURBALLA”
Successo di pubblico e critica alla Fondazione Piera Pietro e Giovanni Ferrero di Cuneo dove, fino al 27 febbraio, si tiene “Futurballa”. Grandi prestiti internazionali, molte opere mai prima viste in Italia, per raccontare Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958), figura straordinaria di pittore e fondamentale raccordo tra l’arte italiana e le avanguardie storiche, Dall’apprendistato torinese al realismo sociale, alla sperimentazione della tecnica divisionista al grande momento futurista. L’esposizione restituisce al pubblico il clima ardente – al quale l’artista partecipò in prima persona – di un momento cruciale del Novecento, segnato dal mito della macchina e della velocità e dall’utopia della reinvenzione del mondo: tra il progetto, firmato proprio da Balla, di un “vestito antineutrale”, l’idea di una Ricostruzione futurista dell’universo, e il provocatorio programma di una Società di protezione delle macchine. A dimostrare che come l’opera esce dalla cornice – come in Colpo di fucile domenicale – così il movimento artistico deve ispirare la vita di tutti i giorni.
VERONA: I MAYA E IL LINGUAGGIO DELLA BELLEZZA
A 18 anni di distanza dalla mostra del 1998 sui Maya di Venezia, torna in Italia il racconto della storia di un popolo che non cessa di affascinarci per le sue conoscenze matematiche, per i suoi raffinatissimi sistemi calendariali e per le sue realizzazioni artistiche. Si aprono le sale di Palazzo della Gran Guardia di Verona al mistero e al fascino di una delle civiltà più interessanti dell’America precolombiana: con oltre 250 opere provenienti dai principali musei del Messico, la mostra “Maya. Il linguaggio della bellezza”, fino al 5 marzo, affronta per la prima volta il tema della cultura di questo antico popolo attraverso le parole e i testi degli stessi Maya, utilizzando – come mai è avvenuto in passato – la più grande rivoluzione antropologica dell’ultimo secolo: la decifrazione della loro scrittura. I tre grandi periodi – preclassico, classico e postclassico – che dal 2000 a.C. al 1542 d.C. hanno visto fiorire questo popolo, sono spiegati attraverso straordinari capolavori dell’arte maya come il Portastendardi, pregiata scultura risalente all’XI secolo realizzata da un maestro di Chichen Itza (complesso archeologico a nord della penisola dello Yucatan, inserito nel 2007 fra le sette meraviglie del mondo moderno) che senza dubbio rappresenta la migliore opera di una tipologia tipica di molte città del Periodo Postclassico; la Testa raffigurante Pakal il Grande che visse dal 603 al 683 dopo Cristo e fu il più importante re di Palenque (oggi tra i più importanti siti archeologici maya situato nello stato messicano del Chiapas); la Maschera a mosaico di giada raffigurante un re divinizzato tipico esempio di maschera funeraria, fondamentale per il defunto per raggiungere il mondo sotterraneo; e infine come l’Adolescente di Cumpich, imponente scultura risalente al periodo tardo classico ritrovata nel sito archeologico di Cumpich.