Roma 14 feb – Oltre 200mila firme ha raccolto la petizione #SaveAhmad, lanciata su Change.org, per liberare Ahmadreza Djalali ricercatore iraniano specializzato in medicina delle grandi emergenze, detenuto da aprile in un carcere di Teheran e condannato alla pena capitale. In queste ore la solidarietà sul web si è moltiplicata, a partire dagli interventi istituzionali in difesa del ricercatore che da oltre 5 anni lavorava in Italia presso il Crimedim di Novara, il centro di ricerca in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale. Inoltre una campagna di crowdfunding è stata lanciata su Worth Wearing da Luca Ragazzoni, ricercatore insieme ad Ahmadreza presso il Crimedim. Djalali, dopo esser tornato nel suo paese natale per partecipare a un convegno su invito dell’università di Teheran, è stato arrestato. Da 10 mesi è in isolamento nella prigione di Evin, con l’accusa di aver collaborato con paesi nemici della repubblica islamica (avendo invece collaborato con ricercatori israeliani e sauditi nel corso della sua normale attività). Le autorità iraniane gli hanno negato il diritto di essere difeso da un avvocato. Così, a dicembre, Ahmadreza ha iniziato uno sciopero della fame che ha aggravato notevolmente le sue condizioni di salute. Sposato, padre di due bambini, oggi rischia la pena di morte. Ha avuto a malapena il tempo di informare sua moglie – che attualmente vive a Stoccolma – di essere stato obbligato a firmare una confessione dal contenuto ignoto che lo ha esposto all’accusa di essere una spia, condannandolo per questo alla pena capitale. “Ribadiamo con forza che non ha mai commesso reati – ha affermato il rettore dell’Università del Piemonte Orientale Cesare Emanuel -. Crediamo sia intollerabile la condanna a morte. E sarebbe ancora una volta un grave e palese attentato alla libertà della ricerca, alla disseminazione della conoscenza senza barriere, principi imprescindibili dell’università, del progresso umano”.
(red)