New York, 18 mar – “Cerchiamo di risolvere una volta per tutte la questione che assilla da anni i numerosi politici, giornalisti e aspiranti costituzionalisti della madre Patria: il diritto di voto dei residenti all’estero. A scadenze prestabilite, i nostri illuminati teorici della democrazia rappresentativa escono dalle tenebre della dottrina per spiegarci come i “principi liberali” non ammettono che il cittadino all’estero possa, non solo esercitare, ma addirittura avere il diritto di voto. Per sostenere le loro tesi, i costituzionalisti fai-da-te ricorrono alle solite sciocchezze. Vediamole. Innanzitutto, “no representation without taxation” non e’ un principio liberale. Non e’ nemmeno un principio. Al contrario, e’ una vera e propria aberrazione, una mostruosita’. E’ un’affermazione illogica e contro qualsiasi principio del diritto. Sostenere tale assurda tesi significherebbe sottoporre il diritto di voto alla capacita’ contributiva dei cittadini. Giolitti e Salvemini si metterebbero le mani nei capelli”. Alberto Quartaroli (Emilia Romagna Network), in un intervento ribadisce la liceità del diritto di voto per gli italiani all’estero. “E’ ora di smetterla con questa idiozia del pagamento delle tasse come condizione per esercitare il diritto di voto. Per il diritto di voto l’unico criterio è la cittadinanza. Punto e basta. Tutto il resto sono chiacchere da bar. Il criterio della cittadinanza è previsto dalla Costituzione. Il voto è un diritto riconosciuto a tutti i cittadini italiani, e non un privilegio di chi vive in Italia e paga le tasse. Se non si vogliono far votare gli italiani all’estero, occorre modificare l’Art. 48 della Costituzione in modo da leggere: “Sono elettori tutti i cittadini che risiedono nel territorio italiano e che ivi pagano tasse e imposte” (dopo di che possiamo anche uscire definitivamente dal gruppo delle democrazie occidentali).
(SEGUE)