ANCONA: 20 FUTURISTI NELLE MARCHE
Fino al 2 luglio il Palazzo del Duca di Senigallia presenta la mostra “Venti futuristi”. Attraverso oltre cinquanta opere tra cui dipinti, disegni, studi per abiti, incisioni, prove grafiche ed elementi legati all’arredo della casa, la mostra vuole accendere i riflettori sugli sviluppi che il Futurismo ha avuto nelle Marche a partire dal 1922. L’esposizione, a cura di Stefano Papetti, direttore dei Musei Civici di Ascoli Piceno, sottolinea la carica innovativa che il movimento futurista porta nella regione marchigiana e non solo, un vento di cambiamento che non coinvolge solamente le arti figurative, ma tutti gli aspetti del vivere quotidiano, provocando un rinnovamento radicale negli stili di vita. Venti sono anche gli artisti esposti in mostra, dai firmatari del primo manifesto dell’arte futurista (1909) come Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Fortunato Depero e Gino Severini, ai loro giovani seguaci quali Ivo Pannaggi, Sante Monachesi, Umberto Peschi, Wladimiro Tulli, Gerardo Dottori e Tullio Crali. La mostra getta luce sulla ‘seconda stagione’ del futurismo che, proprio dalla provincia – e le Marche ne sono un esempio – ha saputo trarre nuova linfa vitale ed evolversi. Evidenzia inoltre la complessità del movimento futurista e la sua volontà di rinnovare ogni aspetto della vita quotidiana. Una sezione della mostra è dedicata all’aero pittura, declinazione pittorica del futurismo, in cui il mito della macchina e della modernità raggiunge il suo apice, ponendo come oggetto centrale delle composizioni la velocità dell’aeroplano, come accade nelle visioni aree degli artisti marchigiani Crali, Dottori e Monachesi. Un posto speciale è riservato alla creatività femminile che, soprattutto nelle Marche e in Umbria, riesce a superare la misoginia insita nelle teorie futuriste e a ritagliarsi un ruolo di tutto rispetto nel movimento, soprattutto nelle arti applicate, come testimonia, tra gli altri esempi, lo splendido arazzo disegnato da Leandra Angelucci Cominazzini.
VENEZIA: LA DIVINITA’ DEL SUMO
Generali Italia apre al pubblico Palazzo Morosini a Venezia offrendo la possibilità di visitare gratuitamente lo storico edificio, che ospita la mostra Kokodé Kamigami, che letteralmente vuol dire “Qui si incarnano gli dei”. Una mostra che racconta, attraverso l’arte della fotografia unita alla pittura, la pratica più misteriosa delle arti marziali e la spiritualità che la contraddistingue: il Sumo. L’evento, promosso e organizzato da Generali Italia, in collaborazione con Arthemisia e contestualmente alla Biennale di Venezia, rientra nel programma di Generali Italia Valore Cultura, che ha l’obiettivo di sostenere le migliori iniziative artistiche e culturali e promuovere lo sviluppo e la valorizzazione del territorio. La mostra, fino al 16 luglio, attraverso le opere dell’artista giapponese Daimon Kinoshita – incisore di ukiyo-e – del fotografo francese Philippe Marinig illustra il mondo della forza, dell’intelligenza e dell’accettazione di sé dei lottatori di sumo, i sumotori che diventano rikishi se professionisti. Tra le opere in mostra anche la rappresentazione dello yokozuna, il grande campione per eccellenza distinguibile perché durante l’ingresso sul dohyo indossa la pesante corda annodata detta tsuna. E a questa figura è dedicata un’intera sezione che narra il successo del giapponese Kisenosato, il 72° yokozuna in tutta la storia del Sumo, lunga più di 400 anni.
AMALFI: FUKUSHI ITO
“Persona. In the space e in the time” è la mostra personale di Fukushi Ito, ospitata dal MAG – MetaMorfosi Art Gallery di Amalfi nei prestigiosi spazi dell’Antico Arsenale della Repubblica amalfitana fino al 12 luglio e che si affianca alla esposizione “Dalla Bussola alla girobussola. Il fascino della navigazione attraverso gli strumenti che hanno guidato l’uomo nei secoli sul mare” (in corso all’Arsenale fino al 26 novembre). La mostra, promossa dal Comune di Amalfi, si snoda tra circa 30 opere di grandi e piccole dimensioni dell’artista giapponese, molte delle quali inedite. L’artista attraverso installazioni ambientali, foto, trasparenze, computer drawing mette in scena una galleria di personaggi, che hanno influito sul contesto socio-storico o sulla sua biografia umana e artistica e trasforma il percorso espositivo allestito sotto le suggestive volte a crociera dell’Antico Arsenale di Amalfi, in una vera e propria esperienza sensoriale raffinata e particolarissima. Fukushi Ito vive e lavora da più di 30 anni tra Italia e Giappone, tentando di raggiungere una sintesi poetica e sperimentale tra le tradizioni, i materiali e linguaggi delle sue “due patrie”. La carta giapponese (washi) e i pigmenti naturali si uniscono all’immagine foto e video realistica, al computer drawing, al plexiglass e alla pellicola trasparente, alla luce del neon e dei led.
ROMA: LA GRANDE GUERRA A LEVANTE
Che cosa hanno in comune i destini di Mosul e di Aleppo, i bombardamenti in Siria dei nostri giorni con l’impresa italiana di Tripoli del 1911 e l’occupazione del Dodecaneso l’anno dopo, con la musica rebetika nata a Smirne, con la fuga dei greci da questa città in fiamme nel 1922, con la regia nave Etna che nel marzo 1920 soccorse in Crimea, per trasportarli altrove, i russi ‘bianchi’ in fuga dalla rivoluzione ‘rossa’? Prova a spiegarlo la mostra “La Grande Guerra. L’Italia e il Levante”, con la collaborazione di Marina Militare, il Museo Pigorini, il Museo centrale del Risorgimento, la Società geografica italiana, il Museo Benaki di Atene e la Collezione Signorelli, che si tiene a Roma, all’Archivio Centrale dello Stato, fino al 6 luglio. La mostra, che si inserisce tra le iniziative per le celebrazioni del centenario della Prima Guerra Mondiale, ha come cardine la politica italiana nel Mediterraneo dalla guerra di Libia al 1923 e dunque i rapporti tra le grandi potenze per la spartizione dell’Impero ottomano, il ruolo della Grecia e quello dei popoli che facevano parte del variegato scenario medio orientale: curdi, siriani, armeni, arabi, turchi, ebrei solo per citarne alcuni, con i loro riti, religioni, usi e costumi che tanto fascino hanno esercitato su generazioni di viaggiatori. Temi i cui risvolti riempiono ancora oggi le pagine della nostra attualità. Il percorso si apre con una grande installazione, Treno di Mimmo Paladino, che dall’ingresso accompagna i visitatori fino al salone centrale della mostra. Composta da una serie di sculture e oggetti in terracotta collocati all’interno di numerose gabbie di alluminio disposte lungo il pavimento, l’installazione si presenta come una sequenza di vagoni, un vero e proprio “treno” formato da celle che contengono tracce di storia. Un lungo percorso di guerra e di dolore che conduce ad un approdo di pace e di convivenza civile tra i popoli, con l’opera Mar Mediterraneo – Sedie Love difference di Michelangelo Pistoletto e Juan E. Sandoval. Le sedie sono allineate sul profilo geografico del Mediterraneo, divise a metà dalla linea della costa, assorbono i colori dell’acqua e della terra: su di esse il confine non divide ma collega. E il Mar Mediterraneo diventa punto di partenza per una riflessione sulle differenze. La narrazione storica proposta dalla mostra passa attraverso documenti poco noti ai non addetti ai lavori: relazioni contenute nei rapporti diplomatici, note interne della Presidenza del Consiglio dei Ministri, appunti personali dei protagonisti politici e soprattutto materiale cartografico (ricchissima è la collezione di piante, disegni, schizzi nel fondo della Guerra Europea), fotografico, oggetti, armi, disegni e filmati. Testimonianze queste che renderanno il percorso di facile comprensione al visitatore, attraverso oggetti che sono simboli del passato. Il percorso cronologico inizia il 29 settembre 1911 con la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Impero ottomano per il possesso della Libia e si conclude con il Trattato di Losanna del 1923, che decreta la nascita della laica Repubblica di Turchia di Mustafa Kemal (Atatürk). Un percorso drammaticamente esotico, reso vivo da immagini fotografiche di luoghi, di bambini, di donne e di uomini perlopiù protagonisti passivi, vittime della Storia. E sopra loro gli ordini imperativi di conquista, di difesa, di resa, ma anche iniziative di altra natura, come gli scavi archeologici, le cui scoperte da parte dei “conquistatori” contribuirono poi a unire gli uomini nel segno della Cultura. Vi scorgiamo una Tripolitania e una Cirenaica con le loro popolazioni ostili ai “liberatori” dal giogo turco, disorientata dall’arrivo delle navi e delle truppe di sbarco italiane. E l’azione delle stesse navi italiane nel cuore dell’Impero ottomano, lo Ionio, con l’occupazione delle isole del Dodecaneso e di Rodi, le cui popolazioni, a maggioranza ellenica, guardavano con speranza e diffidenza insieme a quella presenza, anelando all’unione con la madrepatria. Speranza alimentata dalla crisi irreversibile dell’Impero ottomano dopo la spallata ricevuta nelle due guerre balcaniche che segnarono la perdita di gran parte dei suoi domini europei. Infine, la Grande guerra, dove i tre Imperi (austriaco-turco-germanico) affrontarono le potenze liberali della Quadruplice Intesa (anglo-franco-russo-italiana), con l’aggiunta nel 1917 degli Stati Uniti di Wilson, in una guerra che non si concluse nel 1918, ma ben cinque anni più tardi, in seguito all’occupazione franco-anglo-italiana di Costantinopoli (1918-1923). Il percorso espositivo arriva così alla rivolta araba sostenuta diplomaticamente dalla Gran Bretagna e, sul campo, da Lawrence d’Arabia, contro il sultano di Costantinopoli, e all’immane tragedia del popolo armeno, anelante alla propria indipendenza nazionale, sterminato dal governo dei Giovani Turchi. E, in aggiunta a questa tragedia, l’occupazione di Smirne e di altre città dell’Anatolia occidentale da parte della Grecia su mandato della Gran Bretagna, e la poderosa offensiva turca guidata da Mustafa Kemal (Ataturk). Da queste vicende nacque una pace che si rivelò soltanto un insidioso armistizio, decretata dal Trattato di Versailles del 1919 e poi dal Trattato di Losanna del 1923, con cui si conclude la lunga guerra “per il Levante”.