Roma, 21 giu – “A chi fa paura il riconoscimento del diritto di cittadinanza per chi è nato ed è cresciuto in Italia, si è scolarizzato ed ha acquisito la nostra cultura, il nostro modo di vivere ed è espressione di un successo d’integrazione sociale, civile, economica e non per ultimo sportiva? Qual è la discriminante o la misura per essere un buono o un cattivo cittadino? Può una legge, a priori, concedere la patente per conferire l’identità nazionale?”. Da queste domande nasce la riflessione di Michele Schiavone, segretario generale del Consiglio generale degli italiani all’estero, sullo ius soli, in questi giorni in discussione in Parlamento. Queste domande – sottolinea Schiavone – “ce le poniamo anche all’estero quando siamo confrontati con analoghi quesiti, che vorremmo assecondassero la dignità di uomini liberi, che auspicabilmente dovrebbero essere rispettati per le proprie qualità e debolezze all’interno della società d’accoglienza capace di interessarsi sia dei meno fortunati ma anche dei più meritevoli. La situazione migratoria in cui è venuta a trovarsi l’Italia in questi ultimi lustri, diventata paese d’immigrazione dopo essere stata per secoli terra d’emigrazione, che è ripresa in maniera esponenziale negli ultimi anni, va affrontata con lungimiranza e con la consapevolezza di un grande grande paese”. E’ su questo argomento, “uno dei temi che ci riguarda da vicino e sul quale dagli anni ‘70 del secolo scorso si continua sistematicamente a discutere anche in Svizzera, che si chiede al parlamento italiano e in particolare ai diciotto eletti nella circoscrizione estera una maggiore incisività politica – chiosa Schiavone -. A loro, che sono portatori di specifiche esperienze, spetta un’assunzione di responsabilità per far affermare nella nostra legislazione nazionale un diritto, che gli italiani all’estero rivendicano per loro nei paesi di residenza, alla stregua di chi è nelle stesse condizioni per richiederlo in Italia”. (Red)