Perché l’improvvisa attenzione alla proposta di flat tax, con un’aliquota unica al 25%, lanciata nell’estate scorsa dall’Istituto Bruno Leoni? “La risposta malevola – afferma Alberto Mingardi, direttore del think tank liberale, in una intervista al Quotidiano Nazionale – è che la flat tax funziona benissimo in campagna elettorale: il concetto è semplice, lo si comunica bene, la gente lo capisce. La risposta benevola è che i politici si sono accorti delle conseguenze del loro operato quando non sono in campagna elettorale. Il fisco italiano è una selva di deduzioni, detrazioni, trattamenti sociali. Siamo il secondo Paese in Europea per tax expenditures, per spese fiscali, dopo l’Austria. C’è bisogno di dare una ripulita”. E sottolinea che “la straordinaria complessità del fisco italiano fa sì che oggi due persone possono avere lo stesso reddito, persino vivere nella stessa città, e sopportare un carico fiscale molto diverso. È un po’ difficile pensare che il fisco sia ‘giusto’. E’ pure difficile pensare che il fisco sia ‘ragionevole’: basta guardare all’imprevedibilità delle aliquote marginali. Per intenderci, appena superata la fascia degli 80 euro l’aliquota marginale è elevatissima, come se avessimo a che fare con dei Paperoni”. Da qui il progetto di un’aliquota secca del 25 per cento” e cosi il team di ricerca dell’Istituto, coordinato da Nicola Rossi, “ha pensato a mettere assieme la proposta di un’aliquota piatta del 25% con un ‘minimo vitale’, una forma di sostegno alla povertà che sostituisca quella miriade di strumenti scoordinati e contraddittori che oggi costituisce la componente fiscale’ del welfare italiano”. E aggiunge che “il fatto che vi sia una quota esente significa che il 25% si paga sulla quota di reddito oltre tale quota, che nella nostra proposta si adatta, per così dire, alla dimensione del nucleo familiare”. Ma come evitare che la flat tax non produca un crollo delle entrate in un Paese con i conti a rischio come l’Italia? “Questa proposta non è a costo zero. Si finanzia riducendo la spesa. Non è impossibile. Si può immaginare che la riforma entri in vigore gradualmente, con un programma triennale, per reperire nel contempo le risorse necessarie pur inviando già un segnale chiaro a contribuenti e mercati. Per mettere a regime la nostra proposta, servirebbero tagli nell’ordine di 30 miliardi. E’ davvero impossibile, in un Paese dove la spesa pubblica è più di venti volte tanto?”. (28 nov – red)