Carlo Cottarelli, già commissario alla spending review e funzionario al Fondo monetario internazionale ed ora all’Università cattolica di Milano, è promotore di un Osservatorio sui conti pubblici, in parte finanziato dallo stesso ateneo e per il resto da istituzioni finanziarie, imprenditori e società di consulenza. Di cui parla in una intervista al Giornale. E spiega, in particolare, che i dati del debito pubblico, in continua crescita, “raccontano che dagli Anni settanta abbiamo utilizzato la spesa pubblica come ammortizzatore sociale. E bisogna tornare all’Italia di allora per capirlo: il nostro era un Paese inquieto, avevamo le proteste di piazza, il terrorismo. Abbiamo fatto esplodere la spesa sanitaria e quella pensionistica per mantenere la pace. Altri Paesi hanno aumentato la spesa pubblica innalzando però allo stesso tempo anche le imposte. Noi no. Spendevamo senza incassare e il deficit statale arrivava intorno al 10% del prodotto interno. Per pagarlo stampavamo moneta e la conseguenza era l’inflazione, che per un certo periodo ha navigato intorno al 20% annuo. Poi c’è stato il famoso divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. La Banca centrale non ha avuto più l’obbligo di comprare titoli di Stato emessi dallo Stato. E allora abbiamo dovuto aumentare i tassi di interesse per convincere gli investitori a comprare i nostri titoli”. Inoltre evidenzia che “la richiesta di maggior deficit è diventata quasi un gioco. Ma se ci si pensa è una specie di corto circuito. Finanziamo in deficit perfino la diminuzione delle tasse e cerchiamo di convincere l’Unione europea a farci fare più debiti. Ma poi chiediamo i soldi agli italiani perché i due terzi dei titoli del debito pubblico sono acquistati dagli stessi italiani. In pratica chiediamo ad alcuni di rinunciare a consumare o investire per pagare la diminuzione delle tasse di altri. Alla fine il meccanismo non sta in piedi”. Poi tocca il nodo della evasione fiscale: “Ufficialmente in Italia il rapporto tra tasse e Pil è intorno al 42-43%. Solo che il dato statistico del prodotto lordo tiene conto anche dell’evaso. Se io lo tolgo vedo che la pressione delle imposte per chi paga le tasse raggiunge tranquillamente il 50%”. Cottarelli evidenzia inoltre che “abbiamo sofferto l’entrata nella moneta unica. Ma non era detto che andasse così. Molto semplicemente, non siamo stati capaci di adeguarci alla nuova realtà: i costi di produzione non sono rimasti in linea con quelli di altri Paesi, per esempio la Germania. Dal 2000 al 2008 i costi e i prezzi sono saliti in Italia molto più che altrove; e questo si è tradotto in una perdita di competitività delle aziende. Sicuramente ha pesato una certa forza d’inerzia. Con la lira eravamo abituati ad aumentare continuamente i salari per tenere il passo dell’inflazione. Poi ci sono stati aumenti che hanno buttato benzina sul fuoco. Penso per esempio agli aumenti dei salari dei dipendenti pubblici che da noi nei primi anni dell’euro sono stati rilevanti. La diminuzione della spesa per interessi, legata all’ingresso nella moneta unica, invece di indurci a buone abitudini ha finito per abbassare il livello di attenzione. La perdita di competitività legata all’aumento dei costi ha provocato una diminuzione dei margini di profitto delle imprese, quindi si è investito meno e si è innescato un circolo vizioso. (28 nov – red)