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Immigrazione: la falsa ricetta dell’ “aiutiamoli
a casa loro”

it@withub.it by it@withub.it
30 Novembre 2017
in Opinioni, Opinioni HP
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(30 novembre 2017) Il giro, da poche ore concluso, del presidente del consiglio Gentiloni in Tunisia, Angola, Ghana e Costa d’Avorio, accompagnato da una delegazione interessata, in primis, agli “affari” che si possono fare con quei paesi, poi a quelli, arcinoti, collegati alla sicurezza e alla gestione dei flussi migratori, ripropone l’antica ricetta, che viene di tanto in tanto sbandierata, dell'”aiutiamoli a casa loro”. C’è una grande ipocrisia in questo slogan.
Gran parte dei paesi che l’hanno richiamata (una buona parte di quelli che hanno preso parte al summit UE-Unione africana, svoltosi ad Abidjan il 29 novembre scorso), negli anni passati, hanno devoluto pochi fondi alla cooperazione internazionale. L’Italia, che nel 2013, secondo il rapporto OCSE, era addirittura in coda alla classifica europea e tra gli ultimi paesi a livello mondiale in tema di aiuti allo sviluppo (in rapporto al Pil), nel 2016 ha dimostrato una maggiore “generosità” passando alla quart’ultima posizione (dietro di noi Portogallo, Spagna e Grecia) e, nel corrente anno, abbiamo mantenuto questa posizione. Illusorio si sta rivelando il progetto di poter riuscire a tamponare le coste africane, piene di gente che fugge da guerre e dalla fame, con centinaia di milioni di euro in mezzi navali, terrestri, attrezzature varie, dati a pioggia, negli ultimi dieci anni, a Libia, Tunisia, Egitto, Gambia, Ghana, Gibuti, Niger, Nigeria per potenziare (si sostenne) i controlli alle loro frontiere e aumentare le capacità operative delle polizie di quei paesi.
Quella montagna di denaro pubblico avrebbe potuto avere destinazioni più proficue. E’ bene non farsi troppe illusioni sulla possibilità reale di bloccare o arginare con sistemi di polizia o sbarramenti di vario genere i flussi migratori provenienti dal Continente africano. Chi sostiene l’aiuto in casa loro lo fa, a ben vedere, più per insofferenza verso una società sempre più multietnica che per un dovere di solidarietà verso i più poveri, ritenendosi detentore di un primato morale e culturale da “popolo superiore”. Quello che appare rimosso dal dibattito pubblico (a parte gli insulti leghisti che appaiono con sempre maggiore frequenza), è che i paesi in via di sviluppo, più che essere aiutati avrebbero un gran bisogno di non essere danneggiati e spogliati dai paesi più ricchi e potenti. E’ vero che molti fuggono da guerre e da regimi oppressivi, ma ci si dimentica che molti paesi dell’occidente, per interessi vari, hanno contribuito a mantenerli e a foraggiarli (si pensi alle dittature di Gheddafi e di Ben Alì).
Senza contare la vendita di armi e di attrezzature belliche a paesi in perenne conflitto o le devastazioni ambientali praticate dalle varie compagnie petrolifere nel delta del Niger. Rimuovere le cause dell’immigrazione con un’azione seria di cooperazione allo sviluppo sarebbe fondamentale nella misura in cui si cambiasse totalmente la pratica neocolonialista che ancora si applica ai paesi cosiddetti poveri ma ben forniti di materie prime che fanno gola ai paesi ricchi. Si dovrebbe passare dalla falsa logica dell'”aiutiamoli a casa loro” ( slogan “..tanto popolare nel dibattito politico quanto evanescente nei fatti..” come ha opportunamente sottolineato Paolo Pagliaro nel suo “Punto” del 28 novembre) a quella del ” non sfruttiamo e non danneggiamo le terre dove quegli uomini sono nati e dove vorrebbero poter vivere tranquillamente”. Continuare con una politica sull’immigrazione (nazionale ed europea) basata fondamentalmente sul contrasto ai flussi migratori irregolari, da attuarsi con leggi repressive, con ridicoli sbarramenti ( in mare e in terra), sollecitando rimpatri e allontanamenti, allestendo altri centri di “detenzione amministrativa”, servirà a ben poco. Il cosiddetto “Piano Marshall” che dovrebbe essere tracciato nella riunione in corso ad Abidjan con le promesse di investimenti per 40 miliardi di dollari in alcuni paesi africani, fa tornare alla memoria altre promesse, non mantenute come quelle prese al G8 di Gleneagles e alla Conferenza di Bruxelles del 2001 quando, rispettivamente, furono messi a bilancio 4 miliardi di dollari nel 2007 rispetto ai 25 previsti e 29 miliardi anziché i 62 stabiliti. “Dettagli” che possono aiutare a comprendere perché decine di migliaia di persone continuano a fuggire da quei paesi verso l’Europa egli Usa.

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