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Winckelmann
e il Museo Capitolino
nella Roma del ‘700

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5 Gennaio 2018
in Archivio speciali - Mostre
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WINCKELMANN E IL MUSEO CAPITOLINO NELLA ROMA DEL SETTECENTO

“Vivo come un artista e come tale sono accolto nei luoghi dove ai giovani è permesso di studiare, come nel Campidoglio. Qui è il Tesoro delle antichità di Roma e qui ci si può trattenere in tutta libertà dalla mattina alla sera”. È il 7 dicembre del 1755 ed è con queste parole che Johann Joachim Winckelmann, giunto a Roma da appena tre settimane grazie a una borsa di studio conferita dal principe Elettore di Sassonia, descrive a un amico la sua prima visita al Museo Capitolino, il primo museo pubblico d’Europa, luogo in cui il vitale rapporto con l’Antico può essere coltivato in assoluta libertà, “von Morgen bis in den Abend” (dalla mattina alla sera). Nei tredici anni successivi, fino alla tragica morte avvenuta a Trieste l’8 giugno del 1768, Winckelmann, nato a Stendal il 9 dicembre del 1717 in una famiglia molto modesta, definisce i contenuti fondamentali del Neoclassicismo tardo-settecentesco e getta le basi teoriche dell’archeologia moderna, dando vita a un raffinato sistema di valutazione cronologica e stilistica delle opere antiche fondato sull’osservazione diretta dei manufatti e l’attenta lettura delle fonti letterarie. “Novello Colombo”, “scopritore di una terra a lungo presagita, menzionata e discussa, e lo si può ben dire, un tempo conosciuta e poi nuovamente perduta”. Così Johann Wolfgang Goethe esprime l’impatto rivoluzionario dell’opera di Winckelmann, e in particolare della Storia dell’Arte nell’Antichità pubblicata a Dresda nel 1764. La mostra “Il Tesoro di Antichità. Winckelmann e il Museo Capitolino nella Roma del Settecento”, ai Musei Capitolini fino al 22 aprile, intende celebrare gli importanti anniversari winckelmanniani del 2017 (300 anni dalla nascita) e del 2018 (250 anni dalla morte) e si inserisce nel contesto delle manifestazioni europee coordinate dalla Winckelmann Gesellschaft di Stendal, dall’Istituto Archeologico Germanico di Roma e dai Musei Vaticani. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e a cura di Eloisa Dodero e Claudio Parisi Presicce, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, la mostra ha una duplice finalità: la prima, offrire ai visitatori il racconto degli anni cruciali che hanno portato, nel dicembre del 1733, all’istituzione del Museo Capitolino, il primo museo pubblico d’Europa, destinato non solo alla conservazione ma anche alla promozione della “magnificenza e splendor di Roma”; la seconda, presentare le sculture capitoline sotto una luce diversa, ovvero attraverso le intuizioni, spesso geniali, del grande Winckelmann. Arricchita da una selezione di 124 opere, il Tesoro di Antichità si sviluppa in tre sedi diverse nell’ottica di una “mostra diffusa”: le Sale Espositive di Palazzo Caffarelli, le Stanze Terrene di Sinistra del Palazzo Nuovo e le Sale del Palazzo Nuovo. Le Sale Caffarelli, sede centrale dell’evento, ospitano documenti originali, volumi, disegni, incisioni, dipinti, sculture antiche e moderne, in grado di narrare i primi anni di vita del Museo Capitolino, dall’importante premessa costituita dall’allestimento del portico della Roma Cesi nel cortile del Palazzo dei Conservatori, all’acquisto di 416 sculture da parte di Clemente XII (r. 1730-1740) della collezione del cardinale Alessandro Albani nel dicembre del 1733, vero e proprio atto di fondazione del Museo, fino alla pubblicazione tra il 1741 e il 1755 del primo catalogo illustrato delle sculture capitoline, destinato a diffondere in Europa la conoscenza di un patrimonio inestimabile. Sculture antiche delle Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, un tempo esposte nel Palazzo Albani alle Quattro Fontane, tornano a Roma per ricongiungersi, dopo quasi trecento anni, con le opere della stessa collezione confluite nel Museo Capitolino. Vedute e preziosi disegni a sanguigna realizzati dall’artista francese Hubert Robert (1733-1808) e oggi divisi tra i musei di Valence e Valenciennes e il Getty Museum di Los Angeles, documentano la Piazza del Campidoglio e i palazzi capitolini nella seconda metà del ’700. Ritratti di Pompeo Batoni (1708-1787) dal Museo del Prado e dalla Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini danno un volto ai papi e alle personalità che hanno contributo all’affermazione del Museo Capitolino come centro di elaborazione culturale della Roma del tempo. La sezione espositiva di Palazzo Caffarelli si chiude con la presentazione di alcuni aspetti del soggiorno di Winckelmann a Roma: i luoghi in cui abita, le ville, i palazzi e le biblioteche che frequenta, i personaggi che fanno parte del suo entourage; uno “spazio immersivo”, in cui sono impiegate tecnologie di realtà virtuale, offre la possibilità di approfondire alcuni passaggi della Storia dell’Arte attraverso una selezione di sculture capitoline e riprese esclusive realizzate a Villa Albani Torlonia. Nelle Stanze terrene di sinistra del Palazzo Nuovo, reintegrate nel percorso del Museo e riaperte al pubblico per la prima volta dopo alcuni anni, sono ricreati allestimenti espositivi ormai perduti: sculture oggi conservate nei depositi dei Musei Capitolini e della Centrale Montemartini, consentono una suggestiva immersione nella realtà settecentesca del Museo. Uno splendido tripode in marmo da Villa d’Este, un tempo importante elemento dell’arredo dell’atrio del Palazzo Nuovo e dal 1797 al Louvre, ritorna ai Musei Capitolini per essere esposto nel Salone e tornare a dialogare con una statua di Atena un tempo collocata di fronte a lui nell’atrio del palazzo, come rivela il raffinato disegno di Hubert Robert. La ricostruzione analogica nelle Stanze terrene è accompagnata da ricostruzioni 3D delle sale del Museo che hanno subito i cambiamenti più significativi dagli anni del soggiorno di Winckelmann a Roma.  Nelle magnifiche sale che ospitano da quasi trecento anni la collezione permanente del Palazzo Nuovo, infine, è stato predisposto un percorso di visita speciale, dedicato al grande studioso tedesco: 30 sculture sono lette attraverso gli occhi di Winckelmann con l’obiettivo di evidenziare l’influenza esercitata dalla Storia dell’Arte e dai Monumenti Antichi Inediti – l’opera italiana di Winckelmann pubblicata nel 1767 – sull’interpretazione e la valutazione stilistica dei capolavori capitolini. Negli anni in cui Winckelmann rivoluziona il modo di studiare le testimonianze del mondo antico dando inizio alla moderna archeologia, il modello di museo pubblico rappresentato dal Museo Capitolino si diffonde rapidamente in tutta Europa, segnando la nascita di modalità del tutto nuove di fruizione dei beni artistici: un Tesoro di Antichità non più concepito come proprietà esclusiva di pochi, ma come luogo destinato all’avanzamento culturale della società.

 

CINEMA, MOSTRA FOTOGRAFICA RACCONTA 80 ANNI CINECITTA’

A volte un’immagine può raccontare più e meglio di un discorso o di una pagina un determinato momento storico, il filo di un periodo o di anni, una temperie, e cosa abbiano significato per le persone. Come nessuna arte il cinema – l’arte delle immagini in movimento – ha saputo sintetizzare il racconto della nostra contemporaneità nel Novecento. Anche oggi, e tanto più oggi, con il potere dell’immagine digitale. Da questo semplice fondamentale assunto nasce la mostra fotografica “Cinecittà – Fatti e personaggi tra il Cinema e la cronaca”, allestita nello Studio 1 di Cinecittà fino al 7 maggio 2018, ideata e organizzata da Istituto Luce Cinecittà, ANSA,  e Cinecittà si Mostra, che in coincidenza con gli 80 anni dalla nascita di Cinecittà, celebra il compleanno della ‘Fabbrica dei Sogni’ di Via Tuscolana sintetizzando gli ultimi 80 anni di storia d’Italia, visti attraverso la lente magica, trasfigurante, rivelatrice del grande Cinema italiano. Lo fa attraverso le fotografie di due delle massime esperienze e depositi di immagini del Paese: gli Archivi fotografici dell’Istituto Luce e di Ansa. La prima istituzione del Cinema italiano, fondata nel 1924, uno dei più importanti archivi storici audiovisivi e fotografici d’Europa, e la prima agenzia di stampa italiana – e una delle più affermate internazionalmente, una finestra quotidiana sul mondo – si uniscono in un luogo simbolo della produzione di immaginario per comporre, insieme ai contributi di altri archivi giornalistici e fotografici, in più di 150 magnifiche immagini il ‘film’ dei nostri ultimi 80 anni: in bianco e nero e a colori, il racconto di chi siamo stati e siamo, dell’attualità, della cronaca, e di come nei decenni abbiamo sognato, sperato, immaginato di diventare. Cioè anche il nostro futuro. La mostra di Cinecittà racconta intrecciandole l’avventura di un sogno – quello della nascita sotto il fascismo e delle trasformazioni nell’Italia democratica del cinema italiano – e di un Paese sostanzialmente pre-industriale nelle sue rapide, traumatiche, innumerevoli trasformazioni fino al volto che ha oggi, a confronto con le sfide del mondo (e del cinema) globalizzato. Due immagini per sintetizzare le differenze e le distanze di tempo. La prima degli anni ’30: Mussolini in visita su un set nella città del cinema. E la prima degli anni Duemila: i resti del crollo delle Torri Gemelle.  In una, un uomo di potere cerca di intervenire sulle immagini per usarle come arma di propaganda (‘il cinema come arma più forte’ secondo il motto del duce). Nell’altra l’immagine è l’arma che modifica la Storia. Entrambe fanno parte del corredo del nostro immaginario collettivo. In mezzo, dal 1937 al 2017, la mostra racconta il lungo Secolo breve. Scandita idealmente in 8 decadi, dagli anni Trenta al Duemila, l’esposizione segue i due binari paralleli di attualità e cinema, intrecciandoli suggestivamente. Le decadi sono rappresentate per il visitatore dalle ‘icone’ che più le hanno incarnate. Gli anni Trenta sono così la posa della prima pietra (gennaio 1936) di Cinecittà, officiata da Mussolini: è la ‘Hollywood in camicia nera’ dei film dei telefoni bianchi, delle dive dell’autarchia come Assia Noris, Maria Denis, Clara Calamai, dei kolossal di un paese povero, del gigante Primo Carnera. Il sogno di un cinema che voleva imitare quello americano. La guerra poserà macerie su quel sogno, e porterà profughi e sfollati a vivere anche dentro Cinecittà. Ma sulle macerie nascerà il cinema inimitabile destinato a influenzare anche quello americano: Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Roma città aperta, De Sica, Visconti. Sono le immagini del Neorealismo italiano. Un paese che fa la fame si riscatta con le diapositive delle maggiorate. Gina Lollobrigida, Sophia Loren, i campi di mondine accolgono la dirompenza della Mangano. L’immaginario italiano sta per esplodere, e non c’è foto che lo testimoni meglio di quella di Audrey Hepburn in lambretta gioente nelle sue Vacanze romane; accanto, quella di Charlton Heston ugualmente romano sulla biga di Ben Hur: è la nascita della ‘Hollywood sul Tevere’, l’arrivo dei divi e dei capitali statunitensi: Kirk Douglas, Ava Gardner, Liz Taylor, l’epica dei peplum (in via Tuscolana chiamati più familiarmente ‘sandaloni’). È l’Italia in 500, e di Cinecittà al centro del mondo, grazie a un’altra parola-chiave, il titolo di un film. La dolce vita. La foto di Federico Fellini ‘dentro’ la Fontana di Trevi con Anita Ekberg vale la mostra: c’è dentro un set, un’epoca, un sogno. Le contraddizioni del post-boom si racchiudono invece in un accostamento: Sophia Loren sul set del mitico spogliarello di Ieri, oggi e domani (1963), accanto all’urlo alienato di Lou Castel in I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio. Una decade, i ’60, che inizia con un ballo in un night di via Veneto, si chiude con una 500 in fiamme davanti all’Università La Sapienza. Passano Alberto Sordi americano a Roma, Salvatori e Lorella De Luca poveri ma belli, Gagarin e Togliatti, Clint Eastwood cowboy e Richard Burton in attesa della sua Cleopatra, Gassman/Brancaleone e Maria Callas/Medea per Pasolini. Passa un decennio lungo, che si gela nella fotografia di Moro sequestrato, e nel primo piano di Volontè cittadino al di sopra di ogni sospetto. Una crisi politica ed economica sta incidendo l’immaginario, che si fa più domestico, se le icone più comunicative ci appaiono nel tinello di casa Fantozzi, nel successo tv di Sandokan. I divi idealizzati stanno diventando personaggi, in serie. Silvio Berlusconi inaugura una tv con Mike Bongiorno, Pertini con una coppa del mondo e Zoff, il terremoto in Irpinia, sono emblemi degli anni Ottanta. Fellini in Ginger e Fred e Scola ne La famiglia prendono a picconate un tempo che cade con il Muro di Berlino. Il cinema italiano bussa a Hollywood, con C’era una volta in America, l’Ultimo imperatore, Nuovo Cinema Paradiso. E negli anni ’90 arriva per ben tre volte sul tetto del mondo degli Oscar, con Tornatore, Salvatores, Roberto Benigni. Ma l’Italia assiste a un traumatico confronto con il reale. Sono le immagini di Capaci, dello sbarco della nave Vlora con 20.000 cittadini albanesi, e le manifestazioni milanesi di Tangentopoli. Un reale cui rispondono i fotogrammi di autori chiaroveggenti come Nanni Moretti, e Gianni Amelio; o il finale per nulla ridanciano dell’attore-medium italiano, Alberto Sordi, in Nestore ultima corsa. Il lungo finale del film del secolo che termina con un millennio è consegnato a una carrellata di eventi, contraddizioni, successi, che hanno visto spesso in Cinecittà un luogo delle trasformazioni: in casa del Grande Fratello o del Medico in famiglia; nello Studio 5, la casa-ufficio di Federico Fellini visitata da Benigni per recitare la nostra Costituzione, in Chris Martin dei Coldplay in concerto davanti al set di Rome. I funerali mediatici (e cinematografici), commoventi di Giovanni Paolo II – un attore in gioventù – sono preludio all’abbraccio storico di due Papi: Benedetto XVI e Francesco. Federica Pellegrini vince un’Olimpiade, Dario Fo un Nobel. Lampedusa è la porta delle contraddizioni d’Europa; un nuovo realismo, come quello di Gianfranco Rosi, la porterà a Berlino e a farsi sentire e vedere in una notte degli Oscar. La porta di Cinecittà, immagine finale del percorso, restaurata a nuovo splendore nel 2014, resta ancora un ingresso per leggere la storia d’Italia, e dei sogni degli italiani. Queste e tante altre immagini si dispiegano negli 80 anni della Mostra, raccolte in un Teatro di posa, nel quale i visitatori trovano anche due postazioni video, curate dall’Archivio storico Luce, con immagini di film, set, cinegiornali. Sequenze notissime accanto ad altre rare, per incantare e raccontare questo incontro di cronaca e sogni. Ad accompagnare la Mostra, infine, viene pubblicato un catalogo, edito da ANSA e Luce-Cinecittà, che riproduce le magnifiche fotografie dell’esposizione, selezionate per la cura di Mauro e Lorenzo Vallinotto e di Luigi Oggianu, con un apparato testuale a cura di Giorgio Gosetti. Un volume agile, ricchissimo, autonomo, che nello spirito dell’evento si legge come un film e guarda come un libro di Storia. Un volume che vale come testo di puro intrattenimento per lettori e spettatori, ma che potrebbe essere dedicato idealmente ai più giovani, per come racconta l’evoluzione di un Paese analizzandone la produzione di immagini, volti, divi, e costume, innestandoli in un’esposizione vivace della cronologia. E spiegando un aspetto fondamentale: che la Storia non procede per blocchi, ma che ogni momento storico produce esiti diversi. Così da un’invenzione del fascismo finita con la Guerra, si sviluppano i germi del più democratico movimento della storia del cinema; che gli anni di piombo si possono percepire dai primi film ‘di paura’ di Dario Argento, o come i Maestri del cinema raccontino una rivolta al proprio tempo attraverso film in costume, come Novecento, E la nave va, Non ci resta che piangere… Infine, che il cinema è lo specchio su cui si riflette l’attualità di un Paese, e che la Storia spesso prende spunto e ispirazione proprio da quell’immaginario, da quelle visioni, da quei sogni che il cinema regala. E che il cinema italiano è parte organica della vita sociale dell’Italia. (Red)

 

MILANO: “RESILIENZA” DI CHRISTIAN BALZANO FINO AL 27 APRILE

La sede di Banca Generali Private Banking, in Piazza Sant’Alessandro 4 a Milano, ospita fino al 27 aprile 2018 la personale di Christian Balzano (Livorno, 1969), una delle personalità più interessanti del panorama artistico italiano contemporaneo. La mostra, dal titolo Resilienza, curata da Marco Bazzini, organizzata in collaborazione con Boxart Verona, propone 30 dipinti e sculture recenti, oltre ad alcuni lavori realizzati dall’artista toscano negli ultimi dieci anni. Il percorso espositivo inizia idealmente da piazza Sant’Alessandro che accoglie la grande scultura (320 cm di altezza) di un toro a testa in giù che duplica se stesso riverberando la sua immagine su una mappa specchiante di Milano composta dalla sovrapposizione dei continenti. Questo lavoro riassume la tematica che Christian Balzano ha sviluppato nella sua ricerca dell’ultimo decennio. Quello del toro è uno dei soggetti più volte replicato, e rappresenta una figura primordiale, di origine mitica, che Balzano utilizza per parlare e riflettere sull’uomo immerso nel tempo presente. Lo stesso titolo dell’esposizione, “Resilienza”, fa riferimento alla capacità di reagire e di rialzarsi più forti senza lasciarsi abbattere dalle difficoltà e dalle avversità dettate dal destino. L’arte, proprio, per la sua capacità di evocare nuove strategie e nuove ritualità, è una delle forme di resilienza più antiche. Come afferma Marco Bazzini, “Il porsi di fronte alle pitture o alle sculture di Balzano vuol dire iniziare una nuova avventura nel profondo labirinto di noi stessi, svelare e scavare nel nostro istinto. Porsi di fronte alle opere di Balzano è come porsi davanti a uno specchio e, infatti, non è casuale che uno dei caratteri dominanti del suo lavoro siano i fondi oro o altre superfici riflettenti”. “Questa mostra si inserisce nel progetto di Banca Generali volto alla ricerca di proposte originali ed inedite in ambito artistico, per offrire differenti punti di vista e nuovi spunti di riflessione al fianco della cultura” dichiara Gian Maria Mossa, Amministratore Delegato di Banca Generali -. “Il toro di Balzano come metafora dell’essere umano ci tocca nel profondo, e con la sua forza ancestrale legata al significato nelle diverse culture ci proietta in un mondo di speranza, desiderio, e azione che sono uno straordinario inno alla positività e un invito a trasformare le sfide in opportunità, a prendere in mano il proprio destino. Lo slancio e la potenza della scultura che accoglie la mostra davanti alla nostra sede sintetizzano perfettamente questi concetti, che si arricchiscono di pregnanza e significato nel dinamismo attribuito a Milano in un contesto internazionale”. La mostra è accompagnata da un catalogo Gli Ori Editore, dal sito internet (resilienzaexhibition.com) e dalla pagina Facebook dedicata. Christian Balzano (1969) vive e lavora a Livorno. Vincitore del Premio Michetti 2013, ha presentato mostre in musei, spazi pubblici e privati. Nel 2008 realizza una mostra-evento “Non è vero ma ci credo”, presso la Galleria San Lorenzo di Milano. Da maggio 2009 a maggio 2010 Balzano è stato impegnato in Argentina con un’esposizione itinerante dal titolo “Luci del destino” in collaborazione con il Pabellòn de las Bellas Artes del U.C.A. di Buenos Aires, il Centro de Expresiones Contemporàneas di Rosario, il Museo Provincial de Bellas Artes Franklin Rawson di San Juan e il Museo Las Lilas De Areco di San Antonio De Areco. Nel 2011 è invitato alla 54^ Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia – Padiglione Italia, mentre l’anno successivo tiene una sua personale all’Ambasciata Italiana di Washington D.C. Nel 2013 partecipa alla collettiva “Mine” alla galleria Underline di New York. Nel 2014 partecipa alle collettive “The time we’ve spent and time to leave” allo Zaha Museum di Seoul e a “Inquieto novecento” al LU.C.C.A. Museum. Nel 2015 partecipa alla 4a Biennal del Fin del Mundo al Parque Cultural di Valparaiso (Cile), tiene la personale “I flood myself with light of the immense” allo showroom di Lolli e Memmoli a Milano e prende parte alla collettiva “Praestigium Italia I” progetto Benetton alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e alla Fondazione Cini di Venezia. Lo scorso anno ha presentato la personale “A pelle viva” a Palazzo Grifoni di San Miniato e con installazioni in alcune concerie del comprensorio del cuoio.

 

L’ARTE DELLA RIVOLUZIONE RUSSA A BOLOGNA

“Revolutija. Da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky” presso il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna (Via Don Minzoni 14) fino al 13 maggio 2018. In occasione della ricorrenza del Centenario della Rivoluzione Russa, oltre 70 capolavori assoluti provenienti dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo testimoniano la temperie culturale di un periodo vibrante e irripetibile. La mostra, curata da Evgenia Petrova – Vice Direttore del Museo di Stato Russo – e Joseph Kiblitsky – del medesimo museo – propone opere di Natan Altman, Natalia Goncharova, Kazimir Malevich, Vasilij Kandinsky, Marc Chagall, Valentin Serov, Aleksandr Rodčenko e molti altri, ricostruendo i movimenti culturali della Russia d’inizio Novecento dal primitivismo al cubo-futurismo, per approdare al suprematismo e al costruttivismo, in bilico tra l’espressionismo figurativo e il puro astrattismo. (Red)

 

“VOGLIA D’ITALIA” AL VITTORIANO 

Fino al 4 marzo si tiene a Roma la mostra “Voglia d’Italia. Il collezionismo internazionale nella Roma del Vittoriano”. Articolata in due sedi, Palazzo Venezia e Gallerie Sacconi nel complesso del Vittoriano, l’esposizione, promossa e organizzata dal Polo Museale del Lazio, sottolinea la cura rivolta in particolare verso Palazzo Venezia e il Vittoriano, tornati ormai alla ribalta del grande pubblico. Il visitatore può fruire di un biglietto unico per le due sedi, che gli consente fra l’altro di accedere alla spettacolare terrazza panoramica del Vittoriano. La mostra presenta al pubblico – per la prima volta in modo organico – la raccolta vasta e sorprendente che i coniugi statunitensi George Washington  Wurts ed Henrietta Tower misero insieme a cavallo fra XIX e XX secolo e donarono poi allo Stato italiano, per l’esattezza al museo di Palazzo Venezia, dove tuttora è conservata. Alla base della mostra vi è comunque anche l’idea di restituire il contesto della raccolta Wurts, ovvero quella particolare forma di collezionismo che tra Ottocento e Novecento si legò così intimamente all’Italia, fino a concretizzarsi spesso nella donazione allo Stato di singole opere o di intere raccolte. La mostra illustra le dinamiche del collezionismo, soprattutto anglo-americano, e del mercato internazionale, sullo sfondo dei radicali cambiamenti vissuti in quegli anni dalla giovane nazione italiana e dalla sua nuova capitale, Roma. La costruzione del Vittoriano, iniziato nel 1885 e inaugurato nel 1911 nell’occasione dell’Esposizione che celebrava il cinquantenario dell’Unità d’Italia, diviene l’emblema che caratterizza la città all’alba del Novecento. Ai Wurts è dedicata la sezione allestita a Palazzo Venezia, con l’esposizione delle opere più significative della raccolta, molte delle quali sono state portate fuori dai depositi, studiate e restaurate per l’occasione. Il contesto entro cui fiorì la passione dei Wurts per il collezionismo trova invece la sua collocazione ideale nelle Gallerie Sacconi del Vittoriano. L’inedito percorso espositivo si sviluppa anche in ambienti di solito non accessibili al pubblico e appena restaurati, fra cui le Gallerie Sacconi appunto, restituendo visibilità all’architettura interna del monumento.

 

 

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