L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino e oggi docente di Chirurgia al Sidney Kimmel Medical College, presso la Thomas Jefferson University di Philadelfia, considerato tra i pionieri dei trapianti (Nel 1992-1993, è stato membro del team che ha effettuato i primi trapianti di fegato nella storia della medicina da un babbuino a un essere umano e nel 2001 ha effettuato il primo trapianto di organi in Italia su una persona HIV positiva) si schiera a fianco della campagna avviata a livello internazionale – e anche in Italia – dalle famiglie dei donatori di organi di poter comunicare con i riceventi degli organi dei loro cari, se entrambe le parti lo vogliono. Campagna che vede come testimonial Reg Green, il cui figlio Nicholas fu ucciso lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria ed i suoi organi trapiantati in sette persone. Marino, che ha effettuato quasi settecento operazioni di trapianto e si è occupato di migliaia di trapiantati e di loro famiglie, definisce questa prassi come “assai saggia”. “Da chirurgo dei trapianti e da persona che ha avuto la gioia di assistere migliaia di pazienti, penso che nel rapporto tra un donatore di organi deceduto e i riceventi debba essere mantenuto inizialmente un riserbo e che siano da evitare articoli sui giornali che rendano immediatamente riconoscibili donatore e riceventi- afferma -. Tuttavia, penso che, se esiste un reciproco desiderio di incontro, siano assai sagge le norme e la prassi utilizzate negli USA dove la famiglia del donatore può incontrare i riceventi degli organi donati dal proprio congiunto. Si stabilisce un rapporto emotivamente assai forte e gratificante che rende ancora più profondo quel meraviglioso gesto di generosità umana che è la donazione degli organi per salvare altre vite quando la nostra si è spenta”. Attualmente i contatti tra le due parti in Italia sono quasi impossibili a causa della rigida applicazione della rigorosa legge sulla privacy. “Il sostegno di un medico di primo livello mondiale come lui, conosciuto per il sostegno ai suoi pazienti, conferma come molti medici italiani del campo dei trapianti pensino che un qualche tipo di comunicazione di solito sia di aiuto per la salute e la felicità di entrambe le parti, ma siano riluttanti a dire apertamente la loro contro la legge”, dice Reg Green. Negli Stati Uniti, dove vivono i Green, i contatti fra le parti sono incoraggiati, e per migliaia e migliaia di famiglie in più di trent’anni i risultati sono stati terapeutici nella stragrande maggioranza dei casi, aggiunge. La legge, che proibisce al personale sanitario di divulgare nient’altro che le informazioni di base sulle parti coinvolte in un trapianto, fu promulgata con le migliori intenzioni ma ha avuto come effetto non voluto quello per cui le famiglie sentono che c’è un vuoto nelle loro vite: le famiglie dei donatori si sentono tagliate fuori da quanto è avvenuto al dono del loro caro, mentre i riceventi, che spesso si sentono colpevoli ad essere vivi solo perché qualcun altro è morto, non si sentono a loro agio perché non possono dire alle persone che gli hanno salvato la vita quanto siano loro grate. “Il caso di Mario Bartoli, il portuale in pensione di Livorno che era così disperato dal voler sentire ancora una volta il battito del cuore del figlio da promuovere una ricerca pubblica per trovare il ricevente e poi scoprire che l’uomo era deceduto poco prima, mostra quanto queste emozioni represse possano essere pericolose e quanto drammatiche possano essere le conseguenze quando delle persone infelici prendono la legge nelle loro mani”, commenta Green. “Le famiglie dei donatori, che invece di ritrarsi nel dolore hanno salvato le vite di perfetti sconosciuti, meritano un trattamento migliore di questo. Un sistema ordinato per comunicare con l’altra parte sotto la supervisione dei medici potrebbe essere realizzato facilmente senza abrogare la legge”.