“Gli appalti del Comune di Roma nascevano truccati: ribassi anomali, ma tante voci extra caricate per ‘ripagare’ i funzionari amici. Io stesso ho partecipato a passaggi di soldi. E, per quanto ne so, niente è cambiato oggi”. Fernando Sonnino, 66 anni, per vent’anni nella pubblica amministrazione capitolina, prima come direttore dei lavori e poi come imprenditore, in una intervista al Corriere della Sera, denuncia un meccanismo di appalti truccati all’ombra del Campidoglio: “C’erano gruppi interni all’amministrazione, parlo di tecnici non di politici, che preparavano i bandi a costi che sarebbero stati fuori mercato, con guadagni nulli, se non addirittura perdite, per gli imprenditori. Ma poi, su questa cifra, si aggiungevano compensi soggettivi e fantasiosi” ma “tutti sapevano di questa possibilità. Si raggiungeva un accordo sotto banco e si salvava l’appalto facendolo andare in utile con lavori extra mai fatti. E i fondi pubblici aggiuntivi se li spartivano imprenditori e funzionari”. E aggiunge: “C’era una percentuale fissa del 3-4%. La richiesta era esplicita ad inizio appalto e su questa si raggiungeva un accordo. Capitava che magari l’impresa mi avvicinasse dicendo: con questi prezzi non si riesce a lavorare, che ci possiamo inventare? Quindi io ero chiamato ad inserire extracosti fasulli. Il cavalcavia, se avessimo lavorato a prezzi di tariffa, anziché 11 miliardi di lire ne sarebbe costati 7-8 all’amministrazione e l’impresa sarebbe andata in perdita”. Quindi indica un caso specifico: “Sono stato direttore dei lavori nella realizzazione del cavalcavia dell’Appia Antica, tra via Marco Polo e via Cilicia. Ecco, lì vennero conteggiate anche le opere di un ebanista e di un carpentiere”. Perché non ha mai denunciato? “All’epoca ero un dipendente, non il titolare, e anche io ho partecipato ai passaggi di soldi, non lo nascondo. Era una prassi consolidata e credo lo sia ancora oggi. Se il calcestruzzo costa 30 euro all’impresa e all’amministrazione viene fatto pagare 27 compreso di messa in opera, com’è possibile che ci sia la corsa a prendere queste commesse? E secondo lei, come mai le grandi imprese straniere non lavorano a Roma? È perché vedono solo la parte in perdita e fuggono. Magari se conoscessero il meccanismo ci si tufferebbero anche loro”. Secondo l’imprenditore il meccanismo è stato vigente anche nelle opere stradali e, per questo, se ne vedono effetti anche oggi: “Secondo l’imprenditore il meccanismo è stato vigente anche nelle opere stradali e, per questo, se ne vedono effetti anche oggi: “Ho lavorato anche in quel settore, dove un imprenditore partecipava a uno stesso appalto con più società a lui riconducibili. E questo perché le gare si assegnavano sulla media di gruppi di offerte: dieci del gruppo X, dieci del gruppo Y e cosa via. In questo modo si poteva stabilire sin dall’inizio il prezzo e un pool di imprenditori in finta concorrenza tra loro vinceva tutto. All’epoca, in Acer erano registrate 1.000 imprese e tra queste ce ne erano alcune che facevano solo lavori stradali. Una sorta di lobby. Il cavalcavia? Un’opera realizzata benissimo, perché tutti hanno preso le loro regalie, ma senza andare a discapito della qualità. Altre volte sono stati fatti lavoracci come se ne vedono tanti in giro per Roma, risparmiando magari sulla quantità dell’asfalto utilizzato”. E conclude: “Ci dovrebbero essere verifiche puntuali su ogni opera e una magistratura più presente”, “da imprenditore mi sono arreso, da cittadino quasi. Il malcostume romano non ha eguali e qui non ci si può più stare”. (7 mag – red)
